In tempi difficili, quando la quotidianità si incrina e le certezze si fanno più fragili, molte comunità tornano istintivamente a un linguaggio antico: quello della fede. È un linguaggio fatto di preghiere, di gesti semplici e, a volte, di oggetti lasciati in dono. Gli ex voto nascono proprio così: sono segni materiali offerti a Dio, alla Madonna o a un santo per esprimere riconoscenza dopo una grazia ricevuta, oppure per affidare una speranza che sembra troppo grande da portare da soli.
Nell’emergenza che ha messo alla prova l’Italia, anche il modo di vivere la spiritualità è cambiato. E viene naturale chiedersi quante persone, nell’Alta Marca, abbiano affidato preoccupazioni e desideri a una figura religiosa in queste settimane. Le nuove generazioni, spesso, si sono allontanate da consuetudini che un tempo erano parte del quotidiano. Eppure esistono luoghi in cui questa tradizione resiste, e continua a parlare con forza. Uno di questi è il santuario della Madonna di Caravaggio, a San Vito di Valdobbiadene, dove la pratica degli ex voto è ancora viva e visibile.
Il santuario nasce da un’origine sorprendentemente rapida. All’inizio fu un semplice oratorio, costruito in meno di un mese, dal 24 aprile al 20 maggio 1826, e inaugurato il 26 maggio, giorno legato all’anniversario dell’apparizione della Madonna a Caravaggio. In poco tempo quel piccolo edificio divenne meta di pellegrinaggi, e la sua fama si diffuse lungo la zona del Piave, alimentata dai racconti delle grazie ricevute per intercessione della Beata Vergine di Caravaggio.
Con il crescere della devozione si decise di ampliare l’oratorio e renderlo un vero santuario. Sopra l’altare venne collocata una pala che raffigurava l’apparizione della Madonna, dipinta da Francesco dei Conti Roberti di Bassano del Grappa, poi trasformata in uno stendardo devozionale. Nel 1828 arrivò l’attuale pala della Madonna, opera del Caretta. L’edificio, impostato su disegno neoclassico dell’architetto trevigiano Andrea Bon, venne ultimato nel 1840.


Anche questo luogo, come tanti altri del territorio, porta addosso le tracce della storia. Durante la Prima guerra mondiale subì danni pesanti e il restauro si concluse nel 1926. Molto più vicino a noi, il 25 dicembre 2010 un principio d’incendio lo rese inagibile; la riapertura solenne alla devozione dei fedeli avvenne il 26 maggio 2012, data che richiama, non a caso, l’origine stessa del santuario.
Chi entra qui, però, spesso resta colpito soprattutto da un’area precisa: quella dedicata agli ex voto. Nella cappella annessa al santuario si trova il sacello con la statua in cartapesta che raffigura l’apparizione della Madonna a Giovannetta, insieme a una parte degli ex voto, lasciati come testimonianza concreta delle grazie ricevute. Gli altri sono custoditi in una stanza predisposta appositamente, accessibile dall’esterno: si raggiunge percorrendo la parte sinistra del santuario quasi fino in fondo. È un piccolo “archivio” di vite e di prove superate, dove ogni oggetto rimanda a una storia personale.
Le ricorrenze principali sono due: il 26 maggio, anniversario dell’Apparizione, e l’8 settembre, festa della Natività di Maria. Attorno a queste date si concentra da sempre una devozione particolare, legata a un racconto che ha attraversato i secoli e che qui viene riproposto con parole tramandate e memoria popolare.
L’apparizione a cui si fa riferimento risale al 26 maggio 1432, al tramonto, nel prato di Massalengo, nei pressi di Caravaggio, non lontano da Treviglio. La protagonista è la giovane contadina Giovannetta de’ Vacchi, intenta a raccogliere erba per i conigli. Si inginocchia per recitare l’Angelus, ma piange anche per una vita difficile: un marito, Francesco Varoli, deluso e violento, che si è dato al bere e alle cattive compagnie, e l’assenza di un figlio. In quel momento, racconta la tradizione, Giovannetta viene abbagliata da una grande luce e sta per fuggire, finché le appare la Madonna, che la rassicura e la invita a inginocchiarsi per ricevere un annuncio.
Il messaggio è legato alla pace. Giovannetta deve convincere governanti e popolo che la guerra deve cessare: i Veneti devono far pace con i Milanesi, e anche le divisioni nella Chiesa devono finire, con il ritorno dei Greci nell’unità ecclesiale. La Madonna afferma di aver ottenuto l’allontanamento dei castighi imminenti, ma chiede che tra i cristiani torni la pace. Come segno dell’apparizione, avrebbe lasciato l’impronta dei piedi nel punto in cui toccò il suolo, e proprio lì sarebbe sgorgata una fonte, poi ritenuta miracolosa.
A San Vito, per molti anni, questa devozione si è tradotta anche in un rito collettivo molto concreto. Nei giorni delle feste, numerosi fedeli arrivavano la sera della vigilia, trascorrevano la notte al santuario e assistevano alla prima messa del mattino. E c’è un altro elemento che ha rafforzato nel tempo l’importanza del pellegrinaggio: un Breve Apostolico del 6 maggio 1879 che assicura privilegi spirituali e indulgenze ai pellegrini che, con devozione, si recano al santuario durante le feste mariane e nei giorni 23-26 maggio.
Resta, infine, una domanda che oggi suona attuale: cosa accade quando le prove del presente sembrano più grandi delle abitudini di sempre? È difficile dirlo, perché anche la fede, di fronte a emergenze e paure collettive, può essere messa alla prova. Ma luoghi come questo, con i loro ex voto, continuano a ricordare una cosa semplice: qui, per generazioni, le persone hanno cercato forza affidandosi a qualcosa che andasse oltre l’immediato, lasciando tracce visibili del proprio passaggio e della propria speranza.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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