Valdobbiadene oltre il calice, la voce medievale di San Venanzio Fortunato

Quando si parla di Valdobbiadene, spesso l’immaginario si ferma alle rassegne e agli eventi legati al vino, quel “nettare degli dei” che ha reso celebre il paese nel mondo. Eppure, accanto alle colline, c’è un altro patrimonio che merita attenzione: quello di uomini di fede e di cultura, poeti e figure spirituali che hanno lasciato un segno ben oltre i confini locali. Tra loro spicca San Venanzio Fortunato, ricordato e studiato anche fuori dall’Italia.

Il suo nome completo è Onorius Clementianus Venantius Fortunatus. Secondo la tradizione riportata, nacque a Valdobbiadene nel 535. Molti anni dopo, nel 596, lasciò l’Italia per un pellegrinaggio a Tours, con un obiettivo preciso: visitare la tomba di San Martino. In quel periodo visse anche grazie alla poesia, ripagando con i suoi versi l’ospitalità ricevuta da principi e vescovi.

Dopo una fase definita “randagia” nel Sud della Francia, scelse di fermarsi a Poitiers. Qui incontrò Santa Radegonda, donna colta e determinata, fondatrice di un monastero guidato da Agnese, figlia adottiva. Venanzio divenne presto vicino a entrambe: un’amicizia che passò anche dalla scrittura, perché più volte furono celebrate nei suoi componimenti, come accade quando la poesia diventa strumento di memoria e di gratitudine.

Attorno al 595 arrivò la svolta definitiva: Venanzio fu elevato alla cattedra vescovile di Poitiers, allontanandosi ormai in modo stabile dalle origini valdobbiadenesi. Da vescovo entrò in relazione con figure importanti della Gallia, costruendo legami personali di rilievo, tra cui quello con San Gregorio di Tours.

La sua produzione lo rende una figura centrale del tempo. Venanzio viene ricordato come l’agiografo della sua epoca: scrisse in prosa sette vite di santi, dedicate a Sant’Ilario di Poitiers, San Germano di Parigi, Sant’Albino di Angers, San Paterno di Avranches, Santa Radegonda, San Severo di Bordeaux e San Marcello di Parigi. Accanto a queste opere, compose anche il poema epico De vita sancti Martini. La raccolta più ampia resta però Carmina Miscellanea, articolata in undici libri, che comprende inni, elegie, poemi, laudari, epigrammi ed epitaffi.

In un libretto parrocchiale dedicato a Valdobbiadene si sottolinea come, nei suoi inni, convivano pietà, senso del sacrificio e il tema del trionfo del Redentore, con una nota di malinconia che ne accresce la forza poetica. Il suo stile risente della decadenza del tempo, ma proprio la facilità con cui riusciva a poetare mostra un talento autentico, tanto che nel Medioevo fu spesso celebrato con entusiasmo.

Le fonti indicano la sua morte a Poitiers nel 603. E anche qui Valdobbiadene riemerge: sotto il pontificato di Gregorio XVI, le sei parrocchie del paese ottennero un rescritto della Congregazione dei Riti che autorizzava a celebrarne la festa il 14 dicembre, poi spostata al 15 dicembre per l’intera diocesi di Padova. Un dettaglio che vale come invito: ricordare Venanzio significa aggiungere un tassello essenziale alla storia di queste colline, fatta non solo di vigneti, ma anche di parole, viaggi e spiritualità.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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