Nel Quartier del Piave occidentale, tra Sernaglia, Moriago, Farra di Soligo, Valdobbiadene, Pederobba e Vidor, quasi tutti hanno sentito almeno una volta l’espressione “Oh signor da Vidor”. È un modo di dire entrato nella lingua di tutti i giorni per esprimere sorpresa o stupore, l’equivalente di un “Santo cielo” o “Mamma mia”, e affonda le radici in una filastrocca popolare che invoca il “signore di Vidor” perché venga a prendere con la sua barca chi deve attraversare il Piave, dichiarando poca fiducia nei traghettatori di Ciano, Bigolino, Covolo e Onigo.
Per capire chi fosse questo personaggio e perché sia rimasto nella memoria collettiva bisogna spostarsi indietro nel tempo, nel Medioevo, e immaginare la zona adiacente all’abbazia di Santa Bona di Vidor. Qui, dove oggi scorrono strade e piste ciclabili, si trovava un vero porto fluviale, nodo fondamentale per gli scambi commerciali e centro della vita della comunità vidorese. Fino al 1871 era attivo un servizio di traghettamento che permetteva a persone, animali e merci di passare da una sponda all’altra di quel fiume che, secoli dopo, nella Grande Guerra, sarà ricordato come il “fiume sacro alla patria”.
Lungo il Piave esistevano diversi “passi barca”, che si spostavano in base alla portata del fiume e alla forza della corrente. Il passo in località Barche di Vidor era ritenuto il più sicuro e proprio per questo molto conteso fra i traghettatori. Qui il Piave è più stretto rispetto ad altri tratti e sulle sue sponde convergono sentieri e strade utilizzate da secoli per il trasporto di merci, tanto da trasformare questo guado in uno snodo decisivo per la storia del paese.


Chi abitava a Vidor godeva di un privilegio non da poco: non era tenuto a pagare il pedaggio ai barcaioli. Una spesa che, per i contadini dei paesi vicini, rappresentava un peso notevole, tanto da rendere i vidoresi oggetto di una certa invidia. Il prezioso diritto di transito, sancito nel 1106, è la prima testimonianza dell’esistenza del passo barca e conferma l’importanza del luogo. Il servizio di traghetto rimase in funzione fino alla costruzione del primo ponte in legno, che cambiò per sempre il mestiere dei traghettatori lungo questo tratto del Piave.
Solo durante la Seconda Guerra Mondiale il passato tornò per un attimo a farsi presente. Con il ponte distrutto dai bombardamenti, furono molti gli abitanti che si improvvisarono barcaioli, utilizzando imbarcazioni di proprietà, spesso costruite in casa, per garantire il trasporto di persone e merci da una riva all’altra. Era uno sforzo legato alla necessità di muoversi e rifornirsi in un momento difficile, ma riportava idealmente il fiume al tempo dei vecchi “passi barca”.


Nel Medioevo, attorno a questi guadi, non mancavano rivalità e tensioni. Le famiglie nobili della zona, come i Da Camino, i Da Vidor, i Da Romano e altre casate, intrecciavano alleanze e contrasti per il controllo dei punti di traghettamento, fonte di reddito e di potere. Proprio sullo sfondo di queste contese prende forma la figura del “Signor da Vidor” richiamata dalla filastrocca: secondo le testimonianze raccolte in paese, era il traghettatore considerato più affidabile, quello che riusciva a mettere tutti d’accordo e a far attraversare il fiume senza truffe o inganni, a differenza dei signori di Onigo, Ciano e Covolo di cui il detto popolare diffida.
Se potessimo tornare a quei giorni, scopriremmo che il “Signor da Vidor” coincide con la famiglia Reghin. Per generazioni, nella loro abitazione chiamata “dei barcaiuoli”, i Reghin si sono tramandati il mestiere di traghettatori della barca dell’abbazia. Erano gli abati di Santa Bona a gestire il passo barche e a concederne l’utilizzo in affitto, scegliendo chi dovesse condurre il servizio di traversata sulle acque del Piave.
La casa dei barcaioli non ha resistito alla Prima Guerra Mondiale. Oggi, a Covolo, nella località Barche, resta soltanto un muro, superstite ai bombardamenti, a ricordare quel passato. Su quella parete è ancora fissata la “sciòna”, l’anello di ferro a cui venivano legate le barche in fase di attracco, l’ultimo segno concreto di un’attività che ha segnato per secoli la vita di Vidor e del suo fiume.
Chi si avvicina alla riva con un po’ di pazienza può ancora individuarlo fra il fogliame e la vegetazione. È un dettaglio facile da perdere, ma racchiude una storia lunga secoli, fatta di signori, abati, barcaioli e contadini che il tempo ha relegato in un modo di dire. Per chi guarda il territorio con l’attenzione di una guida locale, quell’anello arrugginito e la frase “Oh signor da Vidor” diventano una chiave per leggere il rapporto profondo tra la comunità vidorese e il suo fiume.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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