Chi desidera conoscere Vidor andando oltre il colpo d’occhio sul Piave e sulle colline può oggi affidarsi a un volume pensato proprio per raccontare il paese nel lungo arco dei secoli. “Storia di Vidor porto sul Piave”, è il libro della professoressa Maurizia Manto, che raccoglie in 247 pagine una ricerca approfondita sulle vicende della comunità dalle origini fino all’Ottocento, intrecciando cronaca storica, personaggi, luoghi e leggende.
Il pubblico locale conosce già il lavoro dell’autrice grazie al precedente studio dedicato all’abbazia benedettina di Santa Bona, che aveva messo in luce le radici religiose e sociali del territorio. In questo volume lo sguardo si allarga a tutto il territorio vidorese, anche attraverso un ricco apparato iconografico. Tra le immagini spicca la rappresentazione della vallata prealpina al termine dell’ultima glaciazione, realizzata da Renzo Zanetti per il Museo Civico di Storia Naturale di Pordenone, che aiuta a immaginare il paesaggio prima dell’arrivo stabile dell’uomo.


Il percorso prende avvio dai cenni di geologia e di preistoria, con l’immancabile riferimento al mammut di Colbertaldo, ricostruito grazie ai dettagli forniti dal paleontologo Antonio Paolillo, anima del museo civico “La Terra e l’Uomo” di Crocetta del Montello. Da qui il racconto passa alla civiltà dei Paleoveneti e all’arrivo dei Romani verso la fine del III secolo avanti Cristo, con disegni e immagini dei manufatti del periodo e con la descrizione della centuriazione dei campi fra Vidor, Colbertaldo, Farra, Sernaglia, Moriago e Mosnigo.
Una sezione è dedicata alla grande necropoli tardo-romana di Piazza Maor, la più estesa rinvenuta nel Quartier del Piave, vero “cimitero tra i campi” che racconta la vita e la morte di una comunità rurale tra III e V secolo dopo Cristo. Il volume ripercorre poi il periodo delle invasioni barbariche e la progressiva diffusione del Cristianesimo nell’Alta Marca Trevigiana, quadro indispensabile per capire la nascita dei primi luoghi di culto e dei nuclei abitati che ancora oggi scandiscono il paesaggio.
Il medioevo di Vidor e Colbertaldo viene raccontato attraverso le vicende dei castelli che dominavano il Piave e le vallate circostanti. La professoressa Manto ricostruisce la storia dell’antico maniero sulla collina di Vidor, con le leggende legate ai signori locali, e analizza il castello di Colbertaldo, sede di una signoria rurale probabilmente d’origine longobarda. In quest’area, spiega, le strutture fortificate erano due: un vero castello, forse sul Col Castelon, e una torre di vedetta sul Col Castelir, a controllo delle vie di passaggio. A completare il quadro c’è la famiglia “da Vidor” e in particolare la figura di Giovanni, nome forse condiviso da più personaggi che, in epoche diverse, compirono imprese rimaste nella memoria, con rimandi al santuario dei Santi Vittore e Corona di Anzù di Feltre.


Il quinto capitolo torna a posarsi sull’abbazia di Santa Bona, uno dei luoghi più identitari per i vidoresi, e sull’area paludosa dei Palù. Qui i monaci guidarono nei secoli un grande lavoro di bonifica, trasformando zone malsane in una riserva di cibo a disposizione della comunità lungo tutto l’anno. Il capitolo successivo approfondisce l’attività molitoria sul Piave e sul Teva, a partire dalla rinascita successiva all’anno Mille: mulini, rogge e canali diventano tasselli di una geografia economica che ha sostenuto per secoli la vita del paese.
Non manca il riferimento al passo barca di Vidor, snodo fondamentale della storia locale fino alla costruzione del ponte di legno del 1871. Qui convergevano antiche strade provenienti sia dalla sinistra sia dalla destra Piave. Il libro recupera anche la leggenda di Barba Nane barcarol, il traghettatore che ogni notte si accorgeva della misteriosa scomparsa della barca a mezzanotte, segno di come il fiume sia sempre stato luogo di lavoro ma anche di racconti popolari.


Proseguendo tra le pagine, il lettore incontra le antiche chiese, le vie storiche, la dominazione trevigiana e le ripetute distruzioni del castello di Vidor. Il capitolo IX affronta la dominazione veneziana e la guerra della Lega di Cambrai (1508-1515), con la definitiva rovina del maniero. La parte finale del volume copre la caduta di Venezia e del Veneto sotto i francesi, la prima dominazione austriaca, il periodo napoleonico e la seconda dominazione austriaca fino al 1866. In quest’ultimo tratto Manto dedica attenzione alla famiglia Pateani, che nel 1811 era diventata la più ricca del paese, e ai temi dell’amministrazione pubblica, dell’istruzione, dell’economia, delle opere pubbliche e della sanità, con la vicenda dell’avvio della costruzione del nuovo campanile di Vidor.
Le fotografie storiche che chiudono il volume mostrano l’inaugurazione del primo ponte di legno sul Piave, la nascita della latteria cooperativa e dell’asilo infantile, fino ad arrivare al 1890 con la costruzione della grande filanda dei fratelli Innocente e Fausto Zadra in via Maso da Martignago, oggi via Montegrappa. È qui che il libro si avvia alla conclusione, con una riflessione che sintetizza lo spirito vidorese: nei cambiamenti del tempo emerge la forza di una comunità capace di rialzarsi e ricostruire il proprio presente e il proprio futuro in un paese più volte messo alla prova dalla storia.
Il volume di Maurizia Manto diventa così una sorta di “mappa narrativa”: dal mammut di Colbertaldo alla filanda Zadra, passando per necropoli, castelli, abbazie e ponti sul Piave, ogni pagina aiuta a leggere con occhi nuovi un territorio che ha fatto della sua capacità di rinascere un tratto distintivo.
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