Palù di Cordignano, la pianura che conserva tracce antiche: tra canali, selci neolitiche e scambi con il Monte Doc

Il palù di Cordignano, all’estremità sud-est del territorio comunale, è un lembo di pianura quasi perfettamente piatto, incastrato tra confini precisi: a ovest Orsago, a sud-est Gaiarine, a est Sacile. Oggi lo attraversi e vedi soprattutto campi, canali e un orizzonte aperto, ma sotto questa superficie ordinata si nasconde una storia molto più lunga. È qui che prende avvio la ricerca del Gruppo archeologico del Cenedese, raccontata in un primo appuntamento dedicato a un’area considerata preziosa per il recupero di reperti storici e preistorici.

A fare da guida in questo affaccio sulla preistoria sono tre ricercatori amatoriali del gruppo: Giovanni Riviera, Edoardo Rossi e Antonio Dal Cin. Si incontrano con regolarità, spinti da una passione condivisa che, in questo caso, si traduce in pazienza e attenzione ai dettagli più piccoli. Il palù, infatti, non è più la zona umida irregolare che doveva essere in passato: oggi appare come una piana asciutta, fertile e intensamente coltivata, quasi priva di vegetazione arborea e fitta di reti di canali. Proprio questa trasformazione rende ancora più interessante ciò che ogni tanto emerge dal suolo.

Il metodo di lavoro è chiaro e, soprattutto, rispettoso delle regole. Il Gruppo archeologico del Cenedese è un’associazione di volontariato che si occupa di ricerca di superficie: i reperti raccolti dai soci o donati dai cittadini vengono fotografati, inventariati e poi consegnati al Museo del Cenedese, con cui la collaborazione va avanti da tempo. Nel palù, inoltre, lo “strato utile” per i ritrovamenti è relativamente limitato, circa 30 centimetri. Per questo i momenti migliori per osservare sono quelli in cui il terreno viene smosso o “lavato”: dopo un’aratura oppure dopo gli acquazzoni, quando ciò che era nascosto può affiorare. Riviera lo dice con una frase che restituisce bene il senso del lavoro: non si scava, si raccoglie solo quello che la terra lascia vedere.

Durante una delle uscite, la fortuna si è presentata sotto forma di selci del Neolitico. Non è scontato: a volte non emerge nulla di davvero rilevante, e proprio per questo ogni ritrovamento diventa occasione per leggere il territorio con più precisione. L’area del palù, tra l’altro, non ha restituito molte segnalazioni di materiale preistorico nelle immediate vicinanze, se si esclude la presenza di ceramiche dell’età del Bronzo. Per trovare i primi insediamenti, spiegano, bisogna spingersi verso la fascia collinare: a Conegliano sono stati rinvenuti reperti dell’età del bronzo, soprattutto frammenti ceramici; mentre nella zona pedemontana di Vittorio Veneto sono state raccolte selci scheggiate e lavorate, probabilmente di epoca neolitica.

Proprio seguendo le tracce della selce si apre un dettaglio affascinante, perché sposta lo sguardo dal singolo oggetto alle connessioni tra luoghi. Riviera ricorda che già dal 1979 è stato raccolto e catalogato molto materiale e che, nella maggior parte dei casi, si tratta di manufatti in selce. Col tempo, la ricerca ha permesso di individuare anche l’origine della materia prima: i giacimenti, spiegano, provengono dal Monte Doc (o Zogo), in zona Milies di Belluno. È un’informazione che racconta una cosa semplice e decisiva: già nella preistoria esistevano forme di scambio e circolazione, capaci di far arrivare quei materiali fino a qui, nella pianura di Cordignano.

Osservare una selce da vicino significa entrare in un lessico tecnico che però, una volta compreso, diventa immediato. La selce non è “tutta uguale”: può essere pura, chiara e quasi traslucida, con un’ottima qualità di scheggiatura; può essere più scura e macchiata, comunque valida; oppure può risultare impura, con superfici alterate dalla presenza di ossidi di metalli. Anche i colori cambiano molto: dal grigio quasi latteo al nero, passando per giallo, verde, marrone e grigio scuro. La scheggiatura, in genere, è lamellare oppure a scheggia di medio spessore, e sugli strumenti o sui frammenti staccati dal nucleo si può riconoscere un segno tipico, il “colpo a conchiglia”: l’effetto lasciato da un colpo intenzionale, dato proprio per ottenere una scheggia.

Il palù, così, si rivela per quello che è davvero: non solo una distesa agricola, ma un luogo in cui il passato affiora a tratti, e dove l’archeologia si fa anche gesto comunitario. Il gruppo invita infatti i cittadini che hanno rinvenuto possibili oggetti storici o preistorici a farsi avanti, chiedendo una catalogazione e un eventuale recupero in sicurezza. E ricorda un punto fondamentale, che qui vale più di qualsiasi entusiasmo: lo scavo è consentito solo agli enti competenti. È un modo per proteggere i reperti e, insieme, per rispettare il territorio che li conserva.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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