Sui pendii di Fais, tra borghetti in silenzio e panorami sulla Val Lapisina

C’è qualcosa di vagamente misterioso negli otto borghetti di Fais, appoggiati sul versante meridionale del Col Visentin e affacciati, dall’alto, sulla Val Lapisina. Sono nuclei piccoli, oggi scarsamente abitati, dove molte case portano addosso i segni del tempo e dove il paesaggio sembra prendersi, anno dopo anno, nuovi spazi. Eppure proprio questa quiete, questa “pienezza vuota”, li rende interessanti per chi ama camminare fuori dalle rotte più battute, cercando itinerari naturali che non abbiano l’aria di una meta già consumata.

Per entrare davvero in questa zona conviene immaginarla come un’esplorazione a due velocità. Con NaturalMenteGuide si può scegliere un percorso lungo, che attraversa alcuni dei borghi a piedi partendo dalla località di Nove. Oppure ci si può avvicinare in auto percorrendo via Longhere, e concedersi una passeggiata meno impegnativa, adatta anche a chi vuole soprattutto osservare, fermarsi, e lasciar lavorare lo sguardo. Non tutti gli otto nuclei vengono raccontati nello stesso momento: oltre a quelli che si incontrano lungo questo tratto, restano da nominare anche Previdal Basso e Alto, Trubian e Vizza, che l’articolo segnala come tappe da approfondire in seguito.

L’arrivo a Fais ha un inizio naturale: Borgo Olivi. Qui resiste l’unica attività ancora aperta, il ristorante “Da Annibale”, e già dai primi metri il panorama si spalanca sulla valle. Nelle giornate limpide, dalla strada, si può arrivare perfino a scorgere il mare: un effetto sorprendente, perché ti fa percepire quanto questa balconata sia più ampia di quanto immagini guardando una cartina. Nel borgo c’è anche una chiesetta rosa, piccola e proporzionata, come se fosse stata pensata per una comunità ridotta all’essenziale, dove gli abitanti si contano quasi “a mano”.

Da qui il paesaggio diventa anche racconto geologico. Guardando verso Serravalle, si intravede il profilo del Monte Altare, del Baldo e del Marcantone, con costoni che chiudono la valle in una specie di abbraccio stretto. È un’immagine che, secondo l’articolo, porta alle tracce di un’antica presenza glaciale: il Paleopiave, un ghiacciaio la cui superficie arrivava a 700 metri di quota. Quel grande fiume di ghiaccio aveva due ramificazioni: erodendone una avrebbe generato le colline moreniche a sud di Vittorio Veneto, come Colle Umberto; l’altra avrebbe inciso verso la Valsana, spingendosi fino a Follina. Camminare qui, quindi, non significa solo attraversare borghi: significa muoversi lungo un paesaggio “costruito” da tempi enormi, dove anche una dorsale apparentemente ordinaria diventa la pagina finale di una storia antichissima.

Dentro i borghetti, invece, la storia è più recente e più ruvida. In tutte le località di Fais si notano edifici fatiscenti o in abbandono, ma l’articolo ricorda che non è sempre stato così. A Borgo Menegon, per esempio, come spiega Marta, un tempo c’era perfino una scuola. Per questo la zona fungeva da borgo “centrale”, quello dove si trovavano i servizi principali e dove la vita quotidiana, pur dura, aveva un’organizzazione riconoscibile. Lungo la strada si incontra anche un edificio religioso con un porticato, e sulla parete dell’ex scuola restano tracce di manifesti politici affissi decenni fa: segni minuti, ma potentissimi, perché riportano all’idea di una comunità viva, con discussioni, scelte, appartenenze.

Proseguendo si arriva a Borgo Colon, e qui la distanza tra presente e passato si fa ancora più netta. Oggi è difficile immaginare la fatica di chi viveva su questi pendii, ma il paesaggio conserva indizi precisi. Mary racconta che la vocazione principale era la pastorizia, affiancata da un’agricoltura di sostentamento. Lo si capisce, dice, osservando i muretti a secco che ancora segnano il pendio: strutture nate per strappare spazio coltivabile alla pendenza, e per rendere abitabile, con pazienza, una montagna che non regala nulla.

Più in basso si trova Borgo Croda Rossa, che si raggiunge attraversando un’area boscosa. In un certo periodo dell’anno, lungo questo tratto, si possono osservare i bucaneve in fioritura. L’articolo cita anche il loro nome scientifico, Galanthus nivalis, “fiore color latte della neve”, e lo collega a una leggenda: Dedalo, dopo la morte di Icaro, avrebbe pianto tanto da bagnare il terriccio vicino alla tomba, e questi fiori sboccerebbero là dove le lacrime continuano a cadere. È una di quelle storie che non servono a “spiegare” il bosco, ma a dargli una voce, come fanno da sempre i paesi di montagna.

A Croda Rossa risultano dieci residenti: è uno dei borghi più soleggiati, e qui si notano le case tradizionali “col piol”, rigorosamente in pietra. In un vicoletto si incontra un corniolo in piena fioritura, una delle prime specie a fare i fiori e poi le foglie. Paola ricorda che le corniole vengono usate per marmellate e grappe, ma un tempo servivano anche per una speciale tipologia di vino, chiamato “dei Cornoler”. E persino il legno del corniolo aveva un ruolo pratico: veniva scelto per costruire attrezzi che dovevano risultare più resistenti, come i denti dei rastrelli e alcune componenti della mussa, la slitta usata per portare il fieno a valle. Dettagli così, messi in fila, restituiscono la precisione di un’economia povera ma ingegnosa, fondata su ciò che il territorio offriva.

Oggi, racconta l’articolo, a Fais “regnano” soprattutto i rapaci, che cacciano indisturbati nei pascoli ormai riconsegnati alla natura. Qualche animale domestico, però, fa ancora compagnia ai pochi residenti rimasti, ostinati nel tenere aperta una presenza. E i più anziani ricordano una vita che pare lontanissima: quando si andava a scuola a piedi fino a Borgo Menegon, o quando si scendeva in città con fatica, e non certo spesso, per sbrigare le necessità. In paese si dice anche che chi abitava questi borghi fosse gente orgogliosa, e che non fosse raro azzuffarsi per una sciocchezza: un tratto umano che, messo accanto alla durezza del pendio, aiuta a immaginare meglio che cosa significasse vivere quassù, giorno dopo giorno.

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