Da fabbricante d’armi a sminatore: la storia di rinascita di Vito Alfieri Fontana

Da fabbricante d’armi e di mine antiuomo a sminatore nei territori bellici: è questa la storia di rinascita di Vito Alfieri Fontana, una vicenda che assume una connotazione ancor più significativa in questo periodo, in cui soffiano i venti di guerra.

La sua vicenda è stata raccontata lunedì in Sala Damiano Chiesa a Francenigo (Comune di Gaiarine), nell’ambito della rassegna Oltre, organizzata dall’Unità pastorale di Gaiarine e dall’associazione La Corrente.

Una storia che è stata raccontata sul palco dal giornalista Antonio Sanfrancesco, coautore con lo stesso Vito Alfieri Fontana del volume “Ero l’uomo della guerra”. A moderare la serata è stato don Andrea Forest, direttore della Caritas di Vittorio Veneto e delegato per la Pastorale sociale e del lavoro diocesana.

“Quando si organizzano le cose, è bello vedere una bella platea – il commento iniziale del sindaco Diego Zanchetta – Un ringraziamento all’Unità pastorale per il cartellone organizzato di questa rassegna”.

Il percorso esistenziale di Vito Alfieri Fontana coincide con un’autentica svolta esistenziale: ingegnere, produttore e progettista d’armi, nel 1993 decise di chiudere l’attività di famiglia (la Tecnovar di Bari), dopo essere rimasto vittima di una vera e propria crisi interiore.

“Vito Alfieri Fontana è un uomo di pace, che ha avuto il coraggio del cambiamento: vendeva mine antiuomo e anticarro, con la sua azienda attiva dalla fine degli anni Settanta fino al 1993 – ha affermato il giornalista Sanfrancesco – Per vendere, i produttori dovevano dimostrare che le loro armi fossero già state impiegate in scenari di guerra, dimostrandosi letali”.

“La sua è una vicenda che dimostra che il cambiamento è possibile, dal momento che ha compiuto un percorso drammatico e difficilissimo. Tutto è nato nel momento in cui il figlio gli chiese perché proprio lui producesse le armi (‘allora sei un assassino’, gli disse il figlioletto a soli 8 anni). Vito racconta di come, prima di allora, avesse anima e cuore anestetizzati – ha proseguito – Il suo è stato un periodo di conversione durato anni, osteggiato dal padre, fondatore dell’azienda di famiglia (attività che aveva venduto quasi due milioni di mine all’Egitto) e contrario alla sua chiusura, ma anche dal mondo della cooperazione, dove Vito voleva entrare come sminatore”.

Un percorso, quello di Fontana, che lo portò a fare degli incontri significativi per la vita, come quella con don Tonino Bello, figura che diventò “una pietra sul cammino che gli fece cambiare vita”. Anche Madre Teresa di Calcutta lo venne a trovare in sogno, spronandolo ad andare avanti e a non arrendersi. Tra gli incontri per lui importanti ci fu anche quello con don Oreste Benzi.

“Vito è sempre solito dire questo: ‘Il male compiuto resta per sempre. Ho sminato ma non posso restituire la vita e la gamba a chi è saltato sulle mine’ – ha spiegato Sanfrancesco – Inizialmente il suo impegno venne interpretato come una scelta di comodo: da parte degli altri c’era diffidenza, il giudizio e l’ostilità. Ad esempio, la moglie di Gino Strada lo definì ‘un Tommaso Buscetta delle armi’. Poi dovette vivere un conflitto tra famiglie: il padre era contro Vito, quest’ultimo sostenuto dalla moglie e dai figli. Fu un cambiamento accidentato“.

Nonostante ciò, Fontana andò avanti con il proprio obiettivo. “Un’altra cosa che lui mi ha raccontato è stata: ‘L’esperienza dei Balcani mi ha fatto capire quanto sia inutile la guerra’ – ha aggiunto Sanfrancesco – Lui ripete che nelle guerre a rimetterci è sempre la povera gente. Intanto, però, bisogna ricordare come il suo lavoro di sminatore in Kosovo abbia consentito di rimettere in funzione scuole, ferrovie, eccetera”.

Antonio Sanfrancesco, coautore del volume “Ero l’uomo della guerra”

“Per fare la pace ci vuole coraggio e ora Vito porta avanti l’impegno di raccontare la sua storia nelle scuole. Intanto, però, per i fabbricanti d’armi non tramonterà il sole sul loro business”, ha evidenziato Sanfrancesco.

Bisogna ricordare che, tra gli anni Settanta e Ottanta, l’Italia fu il terzo produttore mondiale di mine antiuomo, un mercato dove anche la politica ebbe la sua parte di responsabilità.

Dal 2001, però, l’Italia destina 8 milioni di euro allo sminamento.

Attualmente non ci sono produttori di armi che abbiano seguito l’esempio di Vito Alfieri Fontana. Ma non si sa mai che qualcosa possa cambiare in futuro.

L’incontro all’interno della rassegna, intanto, è stata l’occasione per lanciare un messaggio di rinascita e anche per riflettere su alcuni possibili “buoni propositi” da mettere in campo. Tutti i giorni.

Uno dei propositi dovrebbe essere quello di ‘disarmare il linguaggio’, in una società sempre più arrabbiata – le parole di don Forest – Bisognerebbe vivere di più una cultura della gentilezza e della sopportazione dei difetti altrui”.

(Autore: Arianna Ceschin)
(Foto e video: Arianna Ceschin)
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