La forza della gratitudine contro l’aridità umana

La libera professione oggi è segnata non solo da scadenze e responsabilità, ma anche dall’ingratitudine, che ferisce più di ogni cosa. La vera risposta è scegliere di dare il massimo senza aspettarci nulla, concentrandoci su quello che già abbiamo.

Molti colleghi mi confidano quanto oggi sia difficile esercitare la libera professione. Ascoltandoli, comprendo che il loro malessere non nasce dall’incapacità di rispettare scadenze perentorie, dall’interpretazione di norme ambigue né dal timore della “scure della responsabilità”.

La radice è altrove: nell’ingratitudine che molte persone manifestano. Un collega mi ha raccontato: “Ho dato l’anima per salvare un cliente dal baratro e per dirmi grazie, ha contestato la parcella!”. Poi ha aggiunto: “Antò, come se ne esce, visto che l’irriconoscenza fa male?” Di fronte a una domanda così delicata, offrirò una risposta semplice. È il nostro stato d’animo a determinare la qualità della nostra esistenza, dipende se facciamo prevalere il piacere o l’angoscia.

Non è ciò che accade a farci soffrire, ma il modo in cui reagiamo. Non è il dolore a renderci infelici, bensì la sofferenza: una ferita che nasce dalle nostre scelte, non dalle circostanze. Il dispiacere può essere alleviato; l’angoscia, invece, se le permettiamo di attecchire, ci divora dall’interno. Provare dolore è inevitabile, perché appartiene alla vita. Ma restare prigionieri della sofferenza non lo è. Possiamo evitarlo scegliendo di non rimanere intrappolati lungo il cammino. Come difendersi, allora, dall’aridità umana? A mio avviso, in 2 modi:

1) Non aspettandosi nulla. Anche i gesti più straordinari, rivolti a clienti, amici o parenti, raramente generano una gratitudine duratura. Il bene ricevuto svanisce presto, proprio come neve al sole. La vera forza, dunque, sta nel dare senza cercare riconoscimento;

2) Cambiando scenario interiore. Per alleviare la desolazione che talvolta ci assale, dobbiamo adottare una prospettiva opposta, nel pensiero e nell’atteggiamento. In fondo, siamo diversi (per fortuna) da chi non sa riconoscere il valore degli altri.

La gratitudine è una scelta e soprattutto un dono. Riflettiamo su come ci sentiamo quando offriamo qualcosa: bene, vero? Accade perché, in quel momento, smettiamo di guardarci addosso e rivolgiamo l’attenzione a chi abbiamo di fronte. È come se ci liberassimo dell’ego per indossare l’abito elegante dell’umiltà. Ricordare a noi stessi ciò per cui siamo grati orienta la mente su quello che abbiamo, anziché su cosa manca. E così diventiamo davvero più soddisfatti.

Bastano pochi minuti per apprezzare la libertà, la salute, le persone care, la possibilità di esprimerci, un lavoro che amiamo, gli amici, persino il cane che ci accoglie festoso al rientro.

Concediamoci una passeggiata: non importa se piove o se l’aria è pungente. Guardiamo la bellezza che ci circonda e lasciamoci sorprendere dall’incanto della natura. Infine, pensiamo a cosa illumina la nostra vita: le splendide persone incontrate lungo il percorso e quelle che ci hanno aiutato a diventare chi siamo. Spesso non ci rendiamo conto di avere già abbastanza. E se non impariamo a valorizzare quello che possediamo, non potremo trarne alcuna gioia.

La gratitudine nasce dal capovolgimento dello sguardo.

In definitiva, tutto dipende da una scelta: vogliamo vivere una vita nutrita dalla gratitudine o una segnata da continue aspettative? Conta davvero dimostrare di essere diversi e migliori. Perché, osservando chi è incapace di riconoscenza, vediamo spesso individui arroganti, abituati a prendere più che a dare, convinti che i loro successi siano solo merito personale, bisognosi di alimentare un ego fragile. Vivono in una continua ricerca di approvazione, e schiavi dei propri impulsi, non possono dirsi liberi. Sono pieni di rabbia e risentimento, egocentrici e frustrati perché la vita non li premia come vorrebbero o più semplicemente, perché sanno che ciò che hanno ottenuto non proviene dal loro valore, ma dal nostro aiuto.

(Autore: Antonio Di Giura – Sistema Ratio)
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