Non si può certo negare che esistano, e che siano anche molto numerosi e ben diffusi: sono i casi di persone che si distinguono per la loro insensibilità, per la loro incapacità di stringere relazioni positive con il prossimo, per l’attitudine provata a non curarsi delle fatiche altrui, delle fragilità altrui, delle difficoltà altrui.
In pratica, sarebbero coloro che “brillano” per la loro indifferenza alle vicende umane, laddove in particolare sarebbero opportuni parole e gesti di solidarietà, di vicinanza, di affettuosa compagnia. No, non parliamo delle persone timide, ossia di coloro che per indole e carattere non sono portati a manifestare i propri sentimenti con immediatezza, chiarezza e facilità. Ci riferiamo proprio a quanti dimostrano di possedere degli autentici “cuori di pietra”, refrattari agli incontri, alle dimostrazioni di affetto, alle commozioni, incapaci di pronunciare parole o di esprimere azioni che riscaldano e consolano, che abbiano la forza di condividere, che abbiano il grande merito di lenire, anche solo temporaneamente, le sofferenze altrui.
In pratica, laddove sarebbe auspicata e richiesta la loro presenza – specialmente in circostanze non facili, in contesti emotivi non semplici, laddove si verificano situazioni complicate in termini relazionali – sono uomini e donne che si distinguono purtroppo per la lontananza, il distacco, la freddezza. Non si fanno vivi, non telefonano, non scrivono, non manifestano in alcun modo il senso della loro prossimità. In genere sono molto bravi a curare la propria immagine, a promuovere il proprio “ego”, a mettere in luce tutto quello che fa comodo alla loro persona. Rivendicano tutte le cose che fanno, e spesso hanno anche ruoli distintivi e di responsabilità nella comunità che li rendono esperti in sermoni e scritti altisonanti e retorici.
Sanno indicare agli altri, con rara efficacia, tutte le cose che si dovrebbero fare per concorrere, ognuno per la propria parte, a costruire un’umanità migliore, soprattutto quando viene chiamata in causa la dimensione interiore delle persone, quando coloro che conosciamo dovrebbero essere aiutati nella loro solitudine, quando si dovrebbe passare dalle parole ai fatti e dimostrare concretamente che cosa significhi possedere un “cuore di carne”, non un “cuore di pietra”.
In questa citazione ci aiuta anche la lettura dell’Antico Testamento, in particolare del libro del profeta Ezechiele. Al capitolo 36, versetti 26 -27, afferma testualmente: ”Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi”.
E’ come se gli antichi testi sapienziali della Bibbia – che poi nel corso della storia hanno ispirato straordinari interpreti ed esegeti nei vari campi della filosofia, della religione, della psicologia e dello studio dell’animo umano – rendessero tangibile e veritiera in chiave moderna questa contrapposizione radicale di convinzioni, di atteggiamenti e di stile.
Oggi, come allora, il “cuore di carne” indica il calore, la tenerezza, la disponibilità, lo sguardo benevolo di chi “si lascia disturbare dal prossimo”. Sempre. Comunque. Senza giustificazioni di vario segno che possano motivare distanze o trascuratezze.
Loro ci sono, in tutti i frangenti, e la loro presenza fa “la differenza”.
Altra cosa è “l’indifferenza” che abita i “cuori di pietra”, con la durezza dell’apatia, la freddezza del distacco, il silenzio della distanza. Pensano forse di aggirare l’ostacolo, di non farsi coinvolgere, di garantirsi una tranquillità apparente, chiamandosi fuori dalle lotte della vita che spesso generano dolori e inquietudini. Certo, accampano ragioni, trovano scuse, anche ben meditate e raffinate, allo scopo di convincere se stessi che il “cuore di pietra” conviene, garantisce, fa stare in quella dimensione esistenziale che neutralizza le passioni forti e non si fa carico di ragioni troppo sentimentali, che potrebbero destabilizzare, angosciare, scomodare l’abitudine dell’ordinario.
Erano altrove, da un’altra parte, quando c’era bisogno, e infatti possedevano un alibi, ponderato, ben studiato, in ogni caso adatto a mantenere le distanze, a evitare partecipazioni e solidarietà troppo onerose e faticose. Ma la vita, si sa, presenta il conto, prima o poi, e allora i “cuori di pietra” ricorderanno quello che non hanno fatto al tempo in cui cercheranno l’amicizia, la vicinanza, l’abbraccio, perché colpiti dalla sofferenza e dalla solitudine.
I “cuori di carne”, invece, ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre, perché hanno deciso che la loro felicità è dono grato di vita buona con gli altri, senza autoreferenzialità, eccessi di autostima, protagonismi solitari che guardano esclusivamente all’affermazione di se stessi e a traguardi di successo, a ogni livello, magari a spese degli altri, senza remore e scrupoli di coscienza. Fanno la “differenza”, non “l’indifferenza”, e cambiano il mondo con la pienezza del dono e la bellezza dell’amore.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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