Educare ancora

Metti una sera recente di riflessioni e dialoghi in Alta Marca intorno a un nuovo libro, in cui alla fine arriva la domanda che non ti aspetti, proprio da un’adolescente timida e gentile: “Che cosa pensa dei giovani di oggi?”.

E allora scrivo qui quello che ho detto nell’occasione, perché siamo tutti preoccupati, inquieti, in varie situazioni (purtroppo) tendenzialmente pessimisti, in ogni caso attraversati da dubbi importanti  perché ci sembra di non capire abbastanza, di non essere all’altezza come adulti delle sfide che le nuove generazioni pongono nel tempo che stiamo vivendo.

I fatti di cronaca nera, poi, non aiutano di certo a dirimere la questione in maniera serena e costruttiva, qualche volta anche per l’assoluta gravità dei gesti offensivi compiuti. Gli interrogativi si infittiscono, e molto spesso ci ritroviamo senza bussola, senza ragioni utili alla causa, senza poter avvalerci di una narrazione che aiuti tutti ad avere giusta cognizione di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi nel rapporto tra età e mondi molto diversi, nel segno di una speranza autentica, per un presente e un futuro migliore.

Occorre innanzitutto mettere in evidenza la radicale novità dei “nativi digitali”, dei “millennials”, della Generazione Z, proprio a riguardo della dimensione culturale e tecnologica che abita le stagioni della loro vita, anche dal punto di vista della percezione di se stessi e della dimensione della comunicazione personale e “social”.

E’ di fatto un altro mondo rispetto a quelli che lo hanno preceduto, sicuramente privilegiato dal punto di vista della qualità della vita, del benessere e delle opportunità conoscitive e professionali, ma al tempo stesso più fragile, più “liquido”, meno compatto e solido nelle convinzioni e negli atteggiamenti, troppo spesso delimitato e conchiuso dentro l’immanenza del quotidiano, dell’oggi, spesso senza rimandi al passato della storia comune dell’umanità, universale e locale.

Per loro, e per tutti noi, serve allora un primo, grande sforzo: il senso della memoria, il sentimento dell’essere parte di un percorso collettivo che arriva da lontano, l’atto di appartenenza a un cammino fatto e costruito con tanto lavoro, fatica e sacrifici dalle generazioni vissute prima. Alcune di queste hanno pagato prezzi indicibili in questo flusso di vicende umane insanguinate dalle guerre mondiali del secolo scorso, e sono state annientate, distrutte, spazzate via, senza colpa, diventando “distese di croci bianche su prati verdi”, come può rendere l’immagine familiare dei cimiteri militari ubicati in tanti luoghi della nostra Europa.

Pertanto, serve concretezza e giusta stima del momento attuale, certamente problematico ma in termini comparativi da considerarsi “favorevole” e meno irto di difficoltà economiche, materiali e sociali  rispetto ad epoche precedenti. Inoltre, in questo tempo inedito, non certo facile, nessuno ha ricette e soluzioni decisive, e nessuno può pensare di agire in solitudine pensando di trovare da sé le risposte adeguate alla complessità dei tempi posti dai giovani di questa prima parte del terzo millennio.

Serve allora riproporre l’idea concreta di una alleanza tra tutti i soggetti educativi, nessuno escluso, chiamati a fare ciascuno la propria parte per la crescita delle nuove generazioni, a partire dalla famiglia, dalla scuola e dalle istituzioni fino al volontariato e alle importanti agenzie della comunicazione, valorizzando al massimo in campo formativo e lavorativo le loro qualità personali e i loro talenti innovativi. Senza dimenticare che occorrono anche nuove regole condivise nel segno della protezione dei minori dagli effetti negativi da acerba ed eccessiva connessione “social”, così come si sta già discutendo e realizzando con provvedimenti legislativi “ad hoc” in vari Paesi.

Ultimo, ma non ultimo sicuramente – anzi primo per la verità, la sostanza e la forza di quello che viene proposto – serve il “cuore ardente” che ama i giovani. Non solo: come direbbe un grande educatore come San Giovanni Bosco, di cui abbiamo  celebrato la memoria liturgica soltanto due giorni fa, dobbiamo fare in modo che loro si sentano sinceramente amati, grazie al nostro sguardo, ai nostri gesti quotidiani, alla  pienezza di senso e all’esempio di vita che riusciamo a mettere in campo.

Lo ha spiegato molto bene in un suo intervento su un quotidiano nazionale il poeta e drammaturgo Davide Rondoni, che presiede il comitato nazionale delle celebrazioni per gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. “Quante volte ho assistito… a ritrovi dove adulti si rivolgevano ai ragazzi con parole che non dicevano nulla alla loro carne, al loro sangue, alla loro anima – ha scritto Rondoni – … da un lato la lingua della punizione e dall’altro quella della seduzione. Entrambi metodi inappropriati. Strategie. Mentre coi giovani non bisogna usare strategie (sono mica scemi) ma occorre vivere il rischio educativo di essere adulti. Occorre dire le verità in cui si crede e su cui si fonda la propria vita, mostrarle, sfidarli a sperimentarle o criticarle. Occorre prendere sul serio il loro cuore ardente se si ha un cuore ardente per farlo. I cuori tiepidi non educano, al massimo “badano” i giovani”.

Educare ancora, educare sempre, dunque, con l’unica preoccupazione di una semina fruttuosa, credibile e senza tregua di valori e di esempi di vita buona. Senza paura, con coraggio, amore e cuore ardente.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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