Sicuramente è la parola più usata in questi giorni, anche in queste ore, a livello di diplomazia internazionale, in riferimento all’ultima, preoccupante crisi bellica aperta fra Israele, Usa e Iran: da ogni parte si levano appelli alla “de-escalation”, ossia alla progressiva riduzione dell’impegno militare, all’attenuarsi delle ostilità, alla ricerca di soluzioni di mediazione e compromesso, all’individuazione di strategie e di luoghi adatti a proficue strategie di conciliazione e di pace tra i contendenti.
In pratica, si chiede ai Paesi in conflitto un’azione immediata ed efficace di segno esattamente contrario alla “escalation” che sta drammaticamente segnando le cronache attuali del pianeta, attraverso la quale mettere in campo decisioni e fatti concreti capaci di invertire la rotta, di provocare il “cessate il fuoco”, di dare il via a negoziati che riescano a far sedere al tavolo delle trattative gli Stati in conflitto.
Non è una strada facile, assolutamente. Ma non ci sono alternative a questa via, pena il rischio di una possibile espansione della guerra locale e di un conseguente incendio planetario. Tradotto: bisogna fermarsi in tempo, occorre fermare al più presto le ostilità, serve ritrovare al massimo lucidità e coraggio per cambiare rotta e comprendere le conseguenze nefaste dell’esplosione di una guerra senza limiti.
De-escalation, dunque, come prevenzione e ostacolo a rischi ancora più gravi, come deterrente a dinamiche di ostilità che insistano sulla strada dell’odio e della contrapposizione, invece di cambiare verso e di seguire percorsi di comprensione reciproca e di pacificazione. Avviene così anche nella vita delle persone: ogni giorno, nelle più svariate occasioni, ci troviamo a soffrire momenti di scontro con le persone, a partire dalla famiglia e dai colleghi di lavoro, a causa di errori, malintesi e disaccordi che possono diventare complicati e veramente difficili da gestire nelle loro conseguenze negative.
Tutto avviene spesso per uno stato d’animo non controllato a sufficienza: la riprovazione, lo sdegno e l’ira – che si generano più volte anche per futili motivi, o comunque non gravi – non vengono trattenuti, fermati, bloccati in tempo. Gli esiti sono imprevedibili: le situazioni problematiche che potevano essere risolte al meglio, al loro stesso apparire, con dosi discrete di freddezza e di buona volontà, finiscono per diventare alla lunga insostenibili. Gli animi si accendono, si alzano i toni, volano espressioni ben poco edificanti e gentili, e si finisce per mettere a repentaglio relazioni importanti dal punto di vista familiare, professionale e amicale.
Basterebbe fermarsi un attimo, in tempo utile, per una parola di scuse, per l’ammissione di una mancata chiarezza o di un fraintendimento sulla questione al centro della contesa, per la richiesta di una nuova valutazione insieme che possa risolvere i nodi intricati della discussione. Servirebbe, dunque, un’azione convinta e coerente per placare gli animi, propri e altrui, favorendo la razionalità e la calma delle soluzioni condivise al posto dell’irritazione e delle baruffe: queste, infatti, non portano ad alcun risultato concreto, e hanno invece come esito solo quello di favorire una deriva conflittuale nei contenuti e nei comportamenti. Senza alcun costrutto, senza alcuna meta, senza alcuna realizzazione degna di questo nome.
In questo modo si lascia il passo agli impulsi deteriori, alle arrabbiature che provocano solo danni, alle scaramucce e ai battibecchi destinati a diventare contrasti dai toni sempre più accesi, fuori misura, offensivi. In una sorta di “escalation” non più gestibile, la frittata è fatta: non ci si é fermati in tempo utile, e così il sassolino iniziale può diventare unna valanga distruttiva che porta a valle macigni pesanti, senza controllo, che possono causare devastazioni e danni irreparabili.
Bisogna dire “stop” alle arrabbiature, ai litigi e ai contrasti che possono essere fermati in tempo, sul nascere, prima che dispieghino tutta la loro pericolosità per il quieto vivere civile nei vari ambienti dell’esistenza quotidiana. Anche di recente, in tre ambienti pubblici diversi, abbiamo fatto esperienza diretta di queste brutte abitudini: nonostante la presenza di persone allo sportello nei tre diversi locali, i rimproveri a voce alta per un oggetto mal riposto, per una mail dall’indirizzo sbagliato, per una risposta ricevuta in ritardo sono diventati un imbarazzante eloquio di frasi volgari, di parole cattive e di rimproveri esagerati nei confronti dei colleghi al lavoro.
Si è capita la reazione faticosa e dolorosa dei soggetti destinatari di queste comunicazioni poco opportune, e nell’occasione tutti i presenti hanno potuto riflettere sulla qualità dei rapporti interpersonali decisamente ferita e compromessa da queste modalità di interazione e da questo spirito di squadra al contrario. Osservazione: non è facile essere paziente e trattenersi quando le cose non vanno, e bisogna essere tutti impegnati per raggiungere il comune obiettivo. Risposta: è vero, ma non ci sono alternative, pena l’affermarsi di scenari come quelli appena descritti. Vale sul piano personale e di comunità, inevitabilmente, e vale anche sul piano molto più vasto e complesso delle relazioni fra gli Stati. Occorre placare gli animi, spegnere gli incendi, gettare acqua sul fuoco delle ribellioni verbali e fisiche, comportamenti e stili che sono espressione eloquente e garanzia sicura di vita buona e di nuovo umanesimo.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata