Abbattimenti del lupo e Sostenibilità: il conflitto tra cultura zootecnica e gestione faunistica

Più che entrare nel merito dell’efficienza ed efficacia degli abbattimenti di lupi, continuo a pensare che l’obiettivo principale sia interrogarsi sul tipo di approccio culturale che continuiamo a perpetuare e sulle sue implicazioni profonde per la gestione della fauna selvatica.

Nelle discussioni contemporanee sulla gestione della fauna selvatica, emerge frequentemente una proposta apparentemente semplice: l’abbattimento sistematico come strumento primario di controllo delle popolazioni. Tuttavia, dietro questa apparente semplicità si cela una pericolosa confusione concettuale tra due paradigmi radicalmente diversi: quello zootecnico e quello della biologia della conservazione.

La distinzione non è meramente accademica. Si tratta di una differenza sostanziale che determina l’efficacia, la sostenibilità e gli impatti a lungo termine degli interventi sulla fauna selvatica. Applicare criteri zootecnici a ecosistemi complessi equivale a utilizzare gli strumenti di una stalla per regolare una foresta: un errore concettuale prima ancora che tecnico.

La zootecnia si è sviluppata con un obiettivo chiaro e misurabile: l’ottimizzazione della produzione animale in sistemi controllati. Le specie target della zootecnia sono specie che abbiamo selezionato e manipolato geneticamente per migliaia di anni allo scopo di ricavarne cibo, materiali e altri prodotti utili all’uomo.

In questo contesto, ogni elemento che riduce la produttività rappresenta un problema da eliminare rapidamente ed efficacemente. L’ambiente zootecnico è controllabile e prevedibile, l’obiettivo è la massimizzazione del rendimento economico attraverso una gestione diretta che permette il controllo totale sulle variabili ambientali. Il successo si misura sui risultati immediati ottenuti attraverso la rimozione selettiva degli elementi improduttivi o dannosi.

Nella prospettiva zootecnica, l’animale selvatico viene valutato esclusivamente in funzione del suo impatto sulla produzione domestica: un costo da ridurre, un rischio da neutralizzare. L’eliminazione diretta appare quindi una risposta immediata e intuitiva, perfettamente coerente con la logica del sistema.

La biologia della conservazione opera su presupposti completamente diversi, riconoscendo la natura intrinsecamente complessa e interdipendente degli ecosistemi naturali. L’ecosistema è dinamico e imprevedibile (sappiamo misurare l’errore della prevedibilità!), l’obiettivo è il mantenimento della funzionalità dell’ecosistema attraverso una gestione indiretta che influenza i processi naturali esistenti. Il successo si valuta su scale temporali estese preservando le interazioni ecologiche nella loro interezza.

L’approccio ecologico considera ogni animale come parte di un sistema complesso di interazioni: predazione, competizione, cicli trofici, dinamiche sociali. La rimozione di un elemento non è mai un atto isolato, ma una perturbazione che si propaga lungo tutta la rete ecologica. Sappiamo come funziona? Sì, abbiamo a disposizione indici e indicatori per misurarla. (Sono esaustivi? No! È come gli esami del sangue: non ci dicono esattamente cosa sta o non sta funzionando nel nostro organismo, ma ci forniscono informazioni sufficienti sulle quali basiamo decisioni importanti per la nostra vita. Allo stesso modo, gli indicatori ecologici ci offrono dati preziosi per orientare scelte responsabili nella gestione degli ecosistemi).

Il contrasto tra i due paradigmi si manifesta chiaramente nel concetto stesso di “problema”. Per la zootecnia, un predatore è problematico quando danneggia il patrimonio zootecnico e la soluzione è la sua eliminazione. Per l’ecologia, un “problema” faunistico è sintomo di uno squilibrio sistemico più ampio che richiede la comprensione delle cause profonde. Le conosciamo? Sì, da almeno una trentina d’anni.

L’approccio alla soluzione rivela ulteriormente questa dicotomia: la zootecnia privilegia l’intervento diretto e immediato seguendo la logica “più abbattimenti = meno problemi”, mentre l’ecologia opta per un intervento mediato e graduale basato sul principio che “più conoscenza = soluzioni più efficaci”.

La valutazione del successo segue criteri altrettanto divergenti. La zootecnia misura la riduzione immediata dei danni economici, l’ecologia valuta la stabilità a lungo termine del sistema e delle sue funzioni. Nella gestione del rischio, la prima punta all’azzeramento attraverso l’eliminazione della fonte, la seconda alla gestione attraverso la comprensione dei meccanismi naturali.

Quando la logica zootecnica – scienza nata dalla gestione delle specie domestiche – si estende alla gestione della fauna selvatica, si verificano spesso effetti controintuitivi e dannosi. Li conosciamo? Sì! E sappiamo misurarli.

Un aspetto particolarmente problematico è la tendenza a intensificare interventi già inefficaci. In ecologia, “fare di più” di ciò che non funziona non rappresenta progresso, ma amplificazione del danno. Questa logica, tipicamente zootecnica dove “più controllo = migliori risultati”, diventa controproducente quando applicata a sistemi ecologici complessi qual è l’abbattimento di un grande carnivoro.

È importante inoltre distinguere tra interventi di controllo faunistico scientificamente pianificati e abbattimenti generici. Nei Paesi dove tali operazioni mostrano efficacia (e per alcune specie ci sono) esse sono il risultato di decenni di ricerca specifica sui comportamenti delle specie target, modelli predittivi sviluppati su dati locali a lungo termine, monitoraggio costante degli effetti ecologici e protocolli calibrati come in un laboratorio a cielo aperto.

Pretendere di ottenere gli stessi risultati con interventi semplificati, privi di questa infrastruttura conoscitiva, equivale a confondere un esperimento scientifico con un gesto di buona volontà: due realtà che condividono l’intenzione, ma non il metodo né la probabilità di successo.

Una gestione ecologica della fauna selvatica dovrebbe basarsi sulla comprensione sistemica attraverso l’analisi approfondita delle interazioni ecologiche e un approccio preventivo che gestisce gli habitat e le condizioni che favoriscono i conflitti. È necessario un monitoraggio adattativo che valuti continuamente gli effetti degli interventi (non lo facciamo mai), un’integrazione disciplinare che combini ecologia, etologia, genetica e scienze sociali, e una visione a lungo termine che pianifichi su scale temporali ecologicamente significative.

Anziché concentrarsi sulla rimozione, l’approccio ecologico privilegia la gestione dell’habitat attraverso la modificazione dell’ambiente per ridurre i conflitti, metodi di dissuasione che modificano i comportamenti senza eliminare gli individui, una gestione integrata che coordina conservazione e attività umane, e l’educazione alla coesistenza promuovendo pratiche compatibili con la presenza faunistica.

La scelta tra paradigma zootecnico e approccio ecologico nella gestione della fauna selvatica non è semplicemente una questione tecnica, ma culturale e filosofica. Rappresenta due visioni del rapporto tra uomo e natura, due modalità di interpretare la complessità, due strategie per affrontare l’incertezza.

La cultura zootecnica, con la sua enfasi sul controllo diretto e sui risultati immediati, può apparire più rassicurante e comprensibile. Tuttavia, quando applicata agli ecosistemi naturali, rivela rapidamente i suoi limiti, generando spesso più problemi di quanti ne risolva.

L’approccio ecologico, pur richiedendo maggiori investimenti in conoscenza e tempo, offre soluzioni più sostenibili e durature, capaci di affrontare le cause profonde dei conflitti piuttosto che i loro sintomi superficiali.

La sfida del nostro tempo – che comincia nel 1992 con la Legge Nazionale 157- è superare la tentazione della semplificazione zootecnica per abbracciare la complessità ecologica. Solo così potremo sviluppare strategie di gestione faunistica realmente efficaci, rispettose della complessità naturale e sostenibili nel lungo termine, perché è di questo che gli allevatori hanno bisogno.

Se la strategia dell’abbattimento viene adottata per fornire risposte immediate al mondo sociale – particolarmente ad allevatori e agricoltori, categorie che non casualmente appartengono alla sfera culturale zootecnica – occorre riconoscere onestamente che tali risposte concrete spesso non arrivano. Di fronte a questa evidenza, non sarebbe più costruttivo affrontare la questione attraverso le conoscenze ecologiche disponibili, iniziando proprio dalla misurazione sistematica degli effetti che il controllo delle altre specie selvatiche produce sull’ecosistema, per esempio nutrie, volpi e cinghiali?

(Autore: Paola Peresin)
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