Quando un problema non si risolve nonostante anni di tentativi, la reazione più comune è intensificare gli sforzi nella stessa direzione: più ricerca, più fondi, più campagne, più tavoli di confronto. È una reazione comprensibile. Ma prima di moltiplicare le risposte, varrebbe la pena fermarsi a chiedersi se si stia davvero guardando al problema giusto. Nel caso del conflitto uomo-fauna selvatica, questa domanda viene elusa con una certa regolarità, e il risultato è che ogni attore coinvolto tende a riformulare la crisi nei termini del proprio strumentario, proponendo rimedi calibrati su ciò che già sa fare.
Lo scienziato la legge come deficit di conoscenza, e chiede più fondi per lo studio delle popolazioni, per il monitoraggio genetico, per i modelli previsionali. Il tecnico la vede come problema di implementazione, e propone procedure più efficienti, protocolli più aggiornati, formazione più capillare. Il funzionario la interpreta come vincolo normativo, e invoca semplificazioni burocratiche, deleghe più chiare, norme meno contraddittorie. La comunicazione della scienza — e con lei la galassia sempre più affollata di divulgatori pseudoscientifici spontanei che sui social hanno trovato nella fauna selvatica un tema emotivamente potente e tecnicamente poco controllabile — tende a ridurla a un problema di percezione, rispondendo con campagne, video, storie che semplificano la realtà fino a travisarla.
Ognuno, forse, ha una parte di ragione. E proprio per questo il sistema non si muove, perché in assenza di una diagnosi condivisa su quale tipo di problema si stia davvero affrontando, le soluzioni si accumulano senza mai incastrarsi, ognuna pertinente nel proprio dominio, nessuna capace di produrre un cambiamento sistemico.
C’è però un aspetto che questa frammentazione produce e che viene raramente nominato: un dibattito pubblico mal informato non è solo un problema culturale, è un ostacolo istituzionale. Le riforme strutturali di cui il sistema avrebbe bisogno richiedono consenso sociale, e quel consenso non si costruisce su narrazioni semplificate o su contenuti progettati per generare emozione piuttosto che comprensione. Quando il discorso pubblico sulla fauna selvatica è dominato da posizioni ideologicamente rigide — alimentate tanto dalla pseudoscienza quanto dall’emotività — lo spazio politico per le scelte difficili si restringe ulteriormente. Non perché la gente sia in malafede, ma perché nessuno le ha dato gli strumenti per stare dentro la complessità.
Vale allora la pena provare a formulare quella diagnosi — sapendo che ogni diagnosi è perfettibile, e che questa non fa eccezione.
In larga parte, e certamente nel contesto italiano, non siamo di fronte a un problema di conoscenza scientifica insufficiente. Le basi ecologiche del conflitto sono ben documentate. Non siamo nemmeno di fronte a un problema tecnologico irrisolvibile: gli strumenti esistono, funzionano, sono stati testati. Il problema è di architettura istituzionale, e questo cambia radicalmente il tipo di risposta che sarebbe necessaria.
L’architettura istituzionale è l’insieme delle regole, delle competenze, delle procedure e dei livelli di governo che determinano chi può fare cosa, quando e con quali risorse. Quando questa architettura è mal progettata — o più spesso, quando è cresciuta per stratificazione storica senza mai essere ripensata organicamente — produce un effetto che a prima vista sembra paradossale, anche gli attori in buona fede, anche quelli che vorrebbero davvero agire, si trovano intrappolati in un sistema che trasforma ogni decisione in un percorso a ostacoli. Non per malevolenza, ma per meccanica.
Nel caso italiano, questo si vede con una chiarezza quasi didattica. Le competenze in materia di fauna selvatica sono distribuite tra Stato, Regioni e Province autonome secondo una logica che nessuno ha mai davvero razionalizzato. La Legge 157 del 1992 — che ancora oggi costituisce la norma quadro in materia di fauna selvatica — nasce in un assetto costituzionale che la riforma del Titolo V del 2001 ha poi ridisegnato senza mai aggiornare quella legge di conseguenza, generando una sovrapposizione tra competenze statali esclusive e regionali concorrenti che nessun atto successivo ha mai risolto in modo organico. Il risultato è un quadro in cui la responsabilità formale esiste a ogni livello ma la responsabilità sostanziale tende a dissolversi nei passaggi tra un ente e l’altro.
Chi monitora le popolazioni non è necessariamente chi gestisce i danni. Chi eroga gli indennizzi non è chi approva i piani di gestione. Chi produce la conoscenza scientifica non ha potere decisionale. Chi ha potere decisionale non ha obbligo di consultare chi ha competenza tecnica, meno che meno quella scientifica. Il risultato è che ogni passaggio richiede un coordinamento che nessuna norma impone davvero, e che quindi — nella pratica, sotto la pressione delle urgenze quotidiane — sistematicamente non avviene.
In questo contesto, invocare la volontà politica è necessario ma non sufficiente. Un decisore che domani volesse affrontare seriamente la questione si troverebbe davanti a un sistema in cui le leve che vuole azionare sono collegate a ingranaggi che dipendono da altri livelli di governo, da altre amministrazioni, da tempistiche che non rispondono all’urgenza. Potrebbe emanare linee guida che le Regioni non sono obbligate a seguire. Potrebbe stanziare fondi che impiegano anni a raggiungere chi ne ha bisogno. Potrebbe firmare accordi interistituzionali che restano lettera morta perché mancano i meccanismi di verifica e le sanzioni per l’inadempienza. Non è cinismo: è la descrizione di come funziona un sistema istituzionale frammentato quando incontra un problema che richiede coordinamento rapido e continuativo. Con un’aggravante che raramente viene nominata; la fauna selvatica obbedisce a tempi biologici che non hanno nulla a che fare con quelli burocratico-amministrativi. Una popolazione si espande, si contrae, colonizza nuovi territori o abbandona i vecchi secondo dinamiche che si misurano in stagioni, non in legislature. Il danno ad un gregge avviene in una notte. La risposta istituzionale, quando arriva, arriva in mesi. Questo disallineamento non è un dettaglio tecnico: è una delle ragioni strutturali per cui le misure arrivano sempre in ritardo rispetto al problema che dovrebbero affrontare, e per cui la fiducia delle comunità nel sistema si consuma più rapidamente di quanto il sistema riesca a ricostruirla.
Questa distinzione ha conseguenze importanti su come si pensa la soluzione. Se il problema è la volontà politica, basta eleggere le persone giuste. Se il problema è strutturale, occorre qualcosa di più difficile e meno spendibile elettoralmente; riformare le istituzioni, ridisegnare le competenze, creare obblighi di coordinamento vincolanti, costruire meccanismi di responsabilità che rendano costoso l’immobilismo. Nessuna di queste cose si fa in una legislatura. Nessuna produce risultati visibili nel breve periodo. Nessuna si presta a essere raccontata in trenta secondi durante una campagna elettorale. Ed è esattamente per questo che non si fa.
Rimane aperta, e vale la pena lasciarcela, una domanda scomoda. Se la diagnosi che abbiamo appena abbozzato è accessibile — se non richiede strumenti analitici straordinari, se emerge con sufficiente chiarezza dalla letteratura disponibile, se è verificabile da chiunque abbia la pazienza di guardare come funziona davvero il sistema — allora cosa spiega il fatto che non entri mai davvero nel dibattito pubblico? Cosa protegge l’immobilismo?
La risposta più rassicurante è l’ignoranza: non se ne parla perché non si sa. Ma l’ignoranza, a questo livello, ha quasi sempre una spiegazione più banale e più solida del complotto; nessuno ha interesse a farsi carico di un problema che richiede anni per essere risolto, che non produce consenso nel breve periodo, e che obbliga a toccare equilibri consolidati tra categorie, enti e livelli di governo. L’immobilismo non ha bisogno di essere organizzato per essere efficace. Gli basta che nessuno si assuma la responsabilità di interromperlo.
Ma un sistema istituzionale che delega il costo del conflitto alle comunità più fragili, che scarica sulle generazioni successive le decisioni che nessuno vuole prendere oggi, e che consuma la fiducia pubblica nella gestione di ciò che è di tutti — della res publica, nel senso più letterale del termine — senza mai restituirla, non è semplicemente inefficiente. Non è sostenibile.
E la differenza non è retorica; un sistema insostenibile non decade lentamente, a un certo punto si rompe.
(Autore: Paola Peresin)
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