Se gli esperti divergono sui dati di base, su quali fondamenta poggia la politica?
Il lupo è stato declassato. Da “strettamente protetto” a semplicemente “protetto”, con la modifica della Direttiva Habitat recepita dall’Italia a gennaio. La quota massima di prelievi è fissata al 5% della popolazione stimata, circa 160 esemplari su scala nazionale. Si può procedere, dunque, nel rispetto di alcune condizioni: danni documentati, misure di prevenzione adottate, nessun rischio per la specie.
Tutto chiaro, almeno sulla carta. Ma basta scorrere gli interventi pubblici degli zoologi tra i più autorevoli del Paese per accorgersi che, sotto la superficie delle procedure, il terreno è assai meno solido di quanto si vorrebbe credere.
Tre esperti, tre diagnosi
Dalle posizioni espresse pubblicamente emerge che il professor Paolo Ciucci (La Sapienza) solleva dubbi metodologici sulla quota del 5%, mai giustificata con dati pubblici, e denuncia che circa un terzo dei lupi censiti sarebbero in realtà ibridi lupo-cane. Il dottor Piero Genovesi (ISPRA) difende la robustezza dei censimenti e la prudenzialità delle soglie. Il professor Marco Apollonio (Università di Sassari) ritiene che i dati siano sottostimati in alcune Regioni e che una gestione efficace non possa prescindere dalla conoscenza puntuale dei singoli branchi e delle loro dinamiche comportamentali, dati che, peraltro, non risultano disponibili nella letteratura scientifica, né sistematicamente raccolti nei territori interessati dai prelievi.
Su un punto, tuttavia, i tre convergono: gli abbattimenti non possono costituire la soluzione principale.
Quando gli scienziati non concordano
Nel sapere scientifico, un dato diventa conoscenza condivisa solo quando è verificabile, verificato e accettato dalla comunità dei pari (la replicabilità è, ovviamente, rara in questa disciplina, ma questo è un altro discorso!). Se tre “esperti” di indiscussa competenza divergono su dati bruti quali la consistenza della popolazione, la proporzione di individui geneticamente non ibridi o introgressi (almeno per quanto, oggi, sia possibile sapere), e sulla comparabilità dei diversi dati regionali, significa, né più né meno, che quelle basi scientifiche non ci sono. O, quantomeno, non si sono ancora consolidate al punto da poter sostenere scelte gestionali difendibili.
E c’è di più. La letteratura scientifica pone con crescente urgenza una questione che nel dibattito pubblico rimane sorprendentemente sottaciuta: il rischio di estinzione genomica di una specie, quindi parliamo di perdita di biodiversità. L’ibridazione antropogenica tra lupo e cane, in espansione nelle aree ad alta densità di cani vaganti, può condurre, secondo i modelli di simulazione, a una progressiva introgressione genetica pressoché totale nell’arco di pochi decenni. Non si tratta della sola estinzione demografica, quella che il grande pubblico riconosce immediatamente, bensì di una più insidiosa perdita dell’identità genetica della specie.
È significativo che la letteratura scientifica indichi, quale fattore più efficace per contrastare l’ibridazione, proprio l’aumento della sopravvivenza degli adulti di lupo, obiettivo che mal si concilia con politiche di abbattimento e che richiederebbe, semmai, un deciso contrasto al bracconaggio e al randagismo.
Il silenzio delle associazioni
In questo scenario, sorprende il silenzio, o quantomeno la flebile voce, delle organizzazioni che per statuto dovrebbero presidiare il dibattito. Dove sono le grandi ONG? Dove le diverse associazioni che promuovono la ricerca scientifica e la conservazione e gestione di specie selvatiche? Il tema è divisivo, certo, e politicamente scivoloso. Ma l’assenza di una posizione chiara, argomentata, fondata sui dati, o sull’esplicito riconoscimento della loro insufficienza, lascia il campo a una polarizzazione sterile; da un lato chi invoca la “caccia libera”, dall’altro chi demonizza qualsiasi intervento.
Nel mezzo, il vuoto.
Qualche abbattimento per la pace delle valli
Mi sia consentito, in chiusura, un ricordo personale. Franco Perco, cacciatore fino al midollo, avvocato e naturalista, fondatore del WWF Friuli Venezia Giulia e mio mentore, non amava certo le semplificazioni. Mi sorrideva quando discutevamo della propedeuticità dei dati scientifici solidi alla base di qualsiasi scelta gestionale. Con il suo innegabile pragmatismo, proponeva “qualche abbattimento per la pace sociale” mai come soluzione scientifica, ma come gesto di ascolto, utile a placare gli animi e a ricostruire un dialogo.
Devo confessare che mai ho riconosciuto quella posizione. Ho sempre ritenuto che la condivisione del dato, il numero, nella sua crudezza, costituisca il presupposto irrinunciabile di qualsiasi strategia gestionale da condividere con i decisori politici. Ma tant’è.
Oggi, mi pare, in fondo, che un po’ di Franco Perco abiti il cuore di molti zoologi, anche di coloro che, negli anni, ne hanno guardato con distacco l’approccio, giudicandolo poco ortodosso, troppo incline al compromesso sociale, talvolta a discapito delle dinamiche ecologiche considerate, allora, irrinunciabili.
Volete vedere che la “pace sociale”, oggi, è diventata l’unica “scienza” disponibile?
ps. Quando mancano le certezze, si cerca aiuto dove si può. Un ministro presbiteriano ci regalò il teorema per decidere nell’incertezza; un frate di Assisi, il primo patto di convivenza con un lupo. Otto secoli dopo, nell’anno del suo anniversario, entrambe le lezioni tornerebbero utili.
(Autore: Paola Peresin)
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