La scorsa settimana il Monte Bondone, l’Alpe di Trento, è finito al centro di una accesa polemica visto che, per la prima volta nella sua storia, il comprensorio sciistico ha utilizzato un elicottero per trasportare neve artificiale sulla parte alta delle piste, un’operazione durata quattro ore con quaranta rotazioni del velivolo. Il motivo? Il forte vento aveva scoperto un tratto di pista di circa cento metri e le temperature troppo elevate impedivano l’uso dei tradizionali cannoni sparaneve. Senza questo intervento, la stazione sciistica avrebbe dovuto aprire con meno del cinquanta percento delle piste disponibili, compromettendo il ponte dell’Immacolata e gli accordi commerciali. Il costo dell’operazione: seimila euro contro una perdita stimata di oltre mezzo milione.
Dodici associazioni ambientaliste hanno immediatamente condannato l’iniziativa, definendola “il simbolo lampante di un modello che cerca di forzare la montagna oltre i suoi limiti naturali”. Le loro parole colpiscono nel segno quando sottolineano il paradosso: mentre lo zero termico tocca i 3500 metri e il clima cambia sotto i nostri occhi, la risposta sembra essere quella di bruciare carburante per trasportare neve dove la natura non riesce più a fornirla. L’operazione ha generato circa una tonnellata e mezzo di anidride carbonica, un contributo non trascurabile al problema che si stava tentando di aggirare.
Il concetto di sostenibilità, però, merita una riflessione più profonda di quella che emerge dal semplice scontro tra favorevoli e contrari. Sostenibilità non significa solo ridurre le emissioni o evitare interventi dall’alto impatto ambientale, ma implica la capacità di mantenere un equilibrio nel tempo tra le attività umane e i sistemi naturali che le supportano. Quando un’industria come quella sciistica deve ricorrere a soluzioni sempre più estreme per mantenere la propria operatività, questo dovrebbe essere un segnale d’allarme che ci dice qualcosa di fondamentale: il modello stesso potrebbe non essere più sostenibile nelle condizioni attuali.
La questione più interessante, tuttavia, emerge quando si osserva come viene inquadrato il dibattito. Da una parte gli ambientalisti che gridano all’insostenibilità, dall’altra i gestori che sottolineano le perdite economiche e la necessità di mantenere il lavoro e l’indotto. È un copione che si ripete in molti altri settori: ambiente contro economia, come se fossero due mondi inconciliabili. Ma questo approccio rivela forse il vero problema: continuiamo a ragionare come se l’economia fosse un’entità separata dall’ambiente che la sostiene, come se potessimo indefinitamente trovare soluzioni tecniche per aggirare i limiti naturali.
Forse sarebbe il momento di ribaltare la prospettiva. Invece di chiedersi come mantenere in vita un modello economico che evidentemente fatica a stare in piedi nelle nuove condizioni climatiche, dovremmo interrogarci su come costruire modelli economici che siano intrinsecamente robusti e adattabili ai cambiamenti in corso. La montagna del futuro potrebbe non essere quella delle piste innevate artificialmente a ogni costo, ma quella che sa reinventarsi offrendo esperienze diverse, valorizzando altre stagioni, diversificando la propria offerta turistica.
Quando Federica Brignone, campionessa di sci alpino, suggerisce di ripensare il calendario delle gare per sfruttare i periodi in cui la neve è naturalmente presente, sta indicando una strada possibile: adattarsi invece di forzare. Quando i gestori del comprensorio sciistico spiegano che l’elicottero costa seimila euro contro perdite di mezzo milione, stanno involontariamente ammettendo che il loro modello di business è diventato così fragile da dipendere da condizioni sempre più rare e costose da ricreare artificialmente.
Il vero investimento in sostenibilità, quindi, non dovrebbe limitarsi all’installazione di pannelli solari o alla riduzione delle emissioni degli impianti esistenti, ma dovrebbe riguardare la capacità concreta di mettere in atto le alternative che la sostenibilità già ci indica. Non si tratta di fantasticare su economie ideali, ma di avere il coraggio e la competenza per implementare modelli che esistono già, che sono stati testati e che funzionano. Significa sviluppare le competenze necessarie per gestire la transizione verso economie che prosperino lavorando con i cicli naturali invece che contro di essi, che sappiano diversificare le proprie fonti di reddito, che investano nella formazione e nella riqualificazione professionale per adattarsi ai cambiamenti.
Economie che vedano i cambiamenti climatici non come un ostacolo da aggirare con soluzioni tecniche sempre più costose ed estreme, ma come una realtà che richiede competenze nuove, strategie adattative, capacità di innovazione sociale ed economica. Il problema non è la mancanza di alternative, ma spesso la resistenza al cambiamento e la mancanza di investimenti nella costruzione delle competenze necessarie per attuare quelle alternative. Solo così potremo evitare di trovarci sempre più spesso a scegliere tra l’ambiente e l’economia, perché avremo costruito le capacità operative per un’economia che dell’ambiente sa prendersi cura concretamente.
(Autore: Paola Peresin)
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