La conservazione della natura si trova oggi a un bivio cruciale. Nonostante i progressi scientifici e tecnologici degli ultimi decenni, la perdita di biodiversità continua a un ritmo allarmante: più di un quinto di tutte le specie di mammiferi è attualmente considerato minacciato di estinzione. Questa drammatica realtà ha portato molti scienziati a riconoscere che le soluzioni puramente biologiche, per quanto sofisticate, non sono sufficienti ad affrontare quella che viene definita la sesta estinzione di massa.
L’approccio tradizionale alla conservazione si è a lungo basato sulla conoscenza biologica ed ecologica: studiare le specie, comprenderne i bisogni, proteggere gli habitat, monitorare le popolazioni. Questi elementi rimangono fondamentali, ma rappresentano solo una parte del puzzle. Le minacce alla biodiversità hanno infatti radici profondamente intrecciate con sistemi economici, politici, sociali e culturali che operano a scale molto diverse, dal comportamento individuale alle politiche globali.
Il concetto di conservazione transdisciplinare emerge dalla necessità di integrare questa conoscenza biologica con discipline che fino a qualche decennio fa sembravano distanti dal mondo naturale: economia, scienze politiche, sociologia, relazioni internazionali, antropologia, psicologia, etica, diritto. Non si tratta semplicemente di applicare metodi di una disciplina a un’altra, ma di creare una comprensione olistica che trascenda i confini disciplinari tradizionali.
Questa nuova visione riconosce che la conservazione della natura è inseparabilmente legata al benessere umano. Le decisioni che determinano il futuro della biodiversità vengono prese in contesti politici ed economici, influenzate da valori culturali e pressioni sociali. Un lupo o un orso che uccide il bestiame diventa un problema di conflitto uomo-fauna selvatica, ma anche una questione di giustizia sociale quando le comunità locali sopportano i costi della conservazione senza riceverne i benefici. Il commercio illegale di specie minacciate non è solo una minaccia biologica, ma un fenomeno guidato da complesse dinamiche economiche e sociali.
L’approccio transdisciplinare opera simultaneamente attraverso strategie top-down e bottom-up. Le politiche top-down includono legislazioni nazionali e internazionali, accordi commerciali, trattati sulla protezione delle specie e meccanismi di governance globale che creano il quadro normativo entro cui operano tutti gli altri attori. Queste decisioni prese ai livelli più alti del potere politico ed economico possono avere effetti a cascata enormi sulla conservazione. Le strategie bottom-up, invece, riconoscono il potere degli individui e delle comunità locali nel determinare il successo o il fallimento delle iniziative di conservazione: i consumatori che scelgono prodotti sostenibili, i turisti che preferiscono strutture etiche, le comunità che decidono di proteggere le risorse naturali locali. Tutti questi comportamenti individuali, moltiplicati su scala globale, possono generare cambiamenti significativi che risalgono fino ai livelli decisionali più alti.
La comprensione dei meccanismi psicologici e sociali che guidano il comportamento umano diventa quindi essenziale. Perché le persone acquistano animali esotici come animali domestici? Cosa motiva i consumatori a scegliere prodotti che hanno un impatto negativo sulla biodiversità? Come si possono progettare campagne di sensibilizzazione efficaci? Queste domande richiedono competenze che vanno ben oltre la biologia.
Allo stesso tempo, la dimensione geopolitica della conservazione è emersa come un campo di studio cruciale. I confini delle specie minacciate non coincidono con quelli politici, e spesso le decisioni prese in un paese hanno conseguenze sulla biodiversità di altri paesi. La capacità di diversi stati di implementare misure di conservazione varia enormemente in base alla stabilità politica, alle risorse economiche e alla governance. Alcuni paesi con ricca biodiversità ma governi instabili potrebbero non essere in grado di proteggere efficacemente le loro risorse naturali, mentre altri potrebbero avere le capacità ma non la volontà politica.
La conservazione transdisciplinare richiede anche un ripensamento del rapporto tra scienza e valori. Tradizionalmente, la scienza ha cercato di mantenere una separazione netta tra fatti oggettivi e giudizi di valore. Tuttavia, la conservazione è intrinsecamente legata a questioni etiche: quale valore attribuiamo alle altre specie? Quali sono i nostri doveri verso le generazioni future? Come bilanciamo i bisogni umani immediati con la preservazione della biodiversità a lungo termine?
Questo approccio integrato riconosce che molte delle cause profonde della crisi della biodiversità sono sistemiche: crescita demografica, modelli di consumo insostenibili, disuguaglianze economiche, sistemi di governance inadeguati. Affrontare efficacemente queste cause richiede interventi che operino a tutti i livelli, dalla sensibilizzazione individuale alle riforme politiche globali.
La conservazione transdisciplinare rappresenta quindi una sfida per la formazione e l’organizzazione della ricerca. I ricercatori devono imparare a comunicare attraverso i confini disciplinari, sviluppare una comprensione almeno basilare di campi lontani dalla loro formazione originaria, e collaborare con professionisti di background molto diversi. È per questo che le istituzioni accademiche e di ricerca devono creare strutture che supportino questa collaborazione interdisciplinare.
Tuttavia, questa evoluzione decennale verso la transdisciplinarietà solleva interrogativi interessanti quando applicata a contesti specifici. In Italia, per esempio, la cultura faunistica tradizionale è sempre stata caratterizzata da un approccio involontariamente multidisciplinare, radicato nel sapere umanistico. La conoscenza della fauna locale si è sviluppata attraverso secoli di osservazione diretta, tradizione orale, letteratura e arte, creando un patrimonio culturale ricco e complesso. Paradossalmente, ciò che manca a questo approccio culturalmente ricco non sono le competenze transdisciplinari, ma proprio le basi scientifiche biologiche moderne.
Questo paradosso si manifesta in modo particolarmente evidente quando si considerano le aree protette italiane, molte delle quali sono state istituite proprio con l’obiettivo di conservare la biodiversità. Troppo spesso, tuttavia, queste aree operano senza un adeguato supporto di conoscenze biologiche specialistiche, affidandosi principalmente a competenze amministrative e gestionali. È come se avessimo degli ospedali senza medici: le strutture ci sono, gli intenti sono nobili, ma manca la competenza scientifica specifica necessaria per raggiungere efficacemente gli obiettivi di conservazione. Chi guida i parchi può avere una profonda conoscenza empirica del territorio e una affidabile formazione culturale, ma l’assenza di solide basi biologiche impedisce di riconoscere la natura stessa dei problemi conservativi. Senza questa conoscenza scientifica, diventa impossibile distinguere se una minaccia alla biodiversità richieda soluzioni puramente scientifiche, interventi tecnologici, approcci tecnico-gestionali o strategie di comunicazione mirate. Solo attraverso una comprensione approfondita delle dinamiche ecologiche, dei metodi di monitoraggio delle specie e dei principi della conservazione evidence-based è possibile identificare correttamente il tipo di problema e, di conseguenza, sviluppare le strategie più appropriate per risolverlo.
Il paradosso italiano suggerisce che l’applicazione dell’approccio transdisciplinare non può essere uniforme a livello globale, ma deve essere adattata ai contesti culturali e scientifici locali. Nel caso nostro, la sfida principale non è quella di sviluppare connessioni tra discipline diverse, ma piuttosto di innestare solide competenze biologiche in una cultura già ricca di saperi interdisciplinari.
In una confusione valoriale come quella attuale, è più che mai importante ribadire che non fa bene sovrapporre ancora oggi i movimenti ecologisti con le scienze ecologiche. I movimenti ecologisti svolgono un ruolo fondamentale e legittimo nel sensibilizzare l’opinione pubblica, promuovere valori ambientali e spingere per cambiamenti politici necessari. Tuttavia, l’ecologia scientifica costituisce una disciplina rigorosa basata su metodologie empiriche e verificabili, con obiettivi e strumenti profondamente diversi. La conservazione efficace richiede proprio questa base scientifica solida: è grazie ai movimenti che può essere creata la spinta sociale e politica per l’azione, ma senza le competenze biologiche specifiche si rischia di procedere con buone intenzioni ma strategie inadeguate. Quindi mentre in Italia la sfida principale è quella di rafforzare le competenze scientifiche biologiche in un contesto culturalmente già ricco, in altri paesi potrebbe essere necessario affrontare il problema opposto: costruire ponti tra comunità scientifiche tradizionalmente isolate e sviluppare quella sensibilità transdisciplinare che nel nostro paese rappresenta invece un patrimonio consolidato.
Il futuro della conservazione della natura dipenderà probabilmente dalla nostra capacità di sviluppare questa visione olistica, riconoscendo che la protezione della biodiversità è tanto una sfida sociale, economica e politica quanto biologica. Solo integrando tutte queste dimensioni potremo sperare di affrontare efficacemente una delle sfide più urgenti del nostro tempo: garantire che le future generazioni eredino un pianeta ricco di vita e di diversità biologica.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo e foto di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata








