Sostenibilità del tempo bruciato

Quando parliamo di sostenibilità, pensiamo immediatamente a risorse tangibili: acqua, foreste, petrolio, biodiversità. Eppure esiste una risorsa altrettanto preziosa e definitivamente non rinnovabile che stiamo consumando a un ritmo allarmante, senza nemmeno accorgercene: il nostro tempo.

I dati globali del 2024 indicano che la media di utilizzo quotidiano degli smartphone ha raggiunto le cinque ore al giorno. Cinque ore. Ogni giorno. Questo significa che in una vita media di settant’anni, una persona dedica l’equivalente di quattordici anni interi semplicemente scorrendo contenuti su piccoli schermi luminosi.

Il paradosso della scelta apparente

C’è stato un tempo in cui il consumo culturale funzionava diversamente. Decidere di guardare un film significava recarsi al cinema o scegliere una videocassetta. Leggere un articolo richiedeva l’acquisto di un giornale o la visita a una biblioteca. Ogni atto di fruizione nasceva da un’intenzione, da una scelta consapevole che rispondeva a un bisogno specifico.

Questa struttura aveva un vantaggio nascosto: la finitezza. Un film durava due ore, un programma televisivo terminava, il giornale aveva un numero limitato di pagine. I mezzi stessi imponevano confini naturali al consumo.

Oggi quel sistema è collassato. I sistemi di raccomandazione algoritmici hanno invertito la dinamica: non siamo più noi a cercare i contenuti, sono i contenuti a trovarci. Veniamo profilati, categorizzati, analizzati in base alle nostre interazioni precedenti, e poi bombardati con flussi infiniti di video, immagini, notizie progettati per catturare la nostra attenzione il più a lungo possibile.

Il costo ecologico dell’attenzione

Questa transizione ha conseguenze che vanno ben oltre il semplice spreco di tempo individuale. L’attenzione umana è una risorsa ecologica a tutti gli effetti: limitata, esauribile, e quando viene degradata, richiede tempo ed energia per rigenerarsi.

Gli studi neuroscientifici mostrano che l’esposizione prolungata a contenuti rapidi e frammentati riduce progressivamente la nostra capacità di concentrazione profonda. È come se stessimo erodendo il suolo fertile della nostra cognizione, sostituendolo con uno strato superficiale incapace di sostenere pensieri complessi.

Una persona che trascorre la pausa pranzo scorrendo video di pochi secondi non si sta semplicemente distraendo: sta consumando risorse cognitive senza produrre alcun valore. Quando ritorna al lavoro, quella risorsa – l’attenzione – risulta esaurita senza che sia stato costruito nulla: nessuna relazione approfondita, nessuna conoscenza duratura, nessuna esperienza memorabile.

È l’equivalente mentale di bruciare petrolio per scaldare una stanza con le finestre aperte.

L’illusione dell’intrattenimento gratuito

Ci raccontiamo che questi momenti di scrolling siano “svago”, “relax”, “tempo libero”. Ma l’esperienza racconta una storia diversa. Chi emerge da un’ora di consumo passivo di contenuti social raramente si sente riposato. Più frequentemente si descrive svuotato, disorientato, paradossalmente più stanco di prima.

Questo accade perché il cervello, durante lo scrolling, non è affatto in modalità riposo. Al contrario, lavora freneticamente per processare stimoli rapidi e contrastanti, passando da un’emozione all’altra, da un argomento all’altro, senza mai avere il tempo di sedimentare un’esperienza o costruire un significato.

È come chiedere a un terreno agricolo di produrre raccolti diversi ogni settimana, senza mai lasciarlo riposare. Il risultato inevitabile è l’impoverimento.

Verso una gestione sostenibile del tempo

Se accettiamo che il tempo e l’attenzione siano risorse limitate che meritano gestione consapevole, alcune direzioni diventano evidenti. Non tutti gli ambienti digitali sono progettati allo stesso modo, e vale la pena privilegiare piattaforme che rispettano ancora l’autonomia decisionale dell’utente. Esistono spazi online dove la scelta del contenuto rimane nelle mani di chi li utilizza, dove l’approfondimento prevale sulla frammentazione, dove il tempo dedicato si trasforma effettivamente in conoscenza duratura.

Altrettanto importante è riconoscere che la connessione costante non rappresenta una necessità vitale. Gli smartphone possono essere lasciati in un’altra stanza mentre dormiamo, mentre mangiamo, mentre leggiamo. Le prime volte emergeranno probabilmente ansie irrazionali – “e se succede qualcosa di urgente?” – ma queste paure si rivelano rapidamente per quello che sono: condizionamenti artificiali che possiamo disimparare. L’umanità ha prosperato per millenni senza notifiche istantanee.

C’è però un aspetto cruciale da considerare: eliminare un’abitudine dannosa senza sostituirla con alternative costruttive crea solo un vuoto che tende a riempirsi nuovamente con la stessa abitudine. Serve intenzionalità nella costruzione di nuove pratiche: lettura, scrittura, conversazioni faccia a faccia, hobbies manuali. Attività che richiedono impegno ma restituiscono significato, competenza, memoria. Solo così il cambiamento può radicarsi e diventare sostenibile nel tempo.

Il tempo come patrimonio collettivo

C’è una dimensione ancora più ampia in questo discorso. Se miliardi di persone dedicano ore ogni giorno a consumo passivo di contenuti effimeri, stiamo assistendo a uno spreco colossale di potenziale umano. Ore che potrebbero essere dedicate all’apprendimento, alla creazione, alla cura delle relazioni, alla partecipazione civica, semplicemente evaporano.

Questo non è solo un problema individuale di produttività o benessere personale. È una questione di sostenibilità collettiva: quanto tempo di qualità stiamo sottraendo alla costruzione del futuro? Quanto capitale cognitivo viene disperso ogni giorno nell’infinito scrolling?

La sostenibilità ambientale ci chiede di ripensare il nostro rapporto con le risorse materiali del pianeta. Forse è giunto il momento di applicare la stessa consapevolezza critica anche alle nostre risorse interiori: attenzione, tempo, energia mentale.

Perché anche queste risorse, una volta consumate, non tornano indietro. E a differenza del petrolio o delle foreste, non possiamo nemmeno inventare alternative tecnologiche: abbiamo una sola vita, e il tempo perso oggi non sarà mai recuperabile domani.

(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
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