Nel capannone che diventa atelier: l’arte di Masa e quel grido giovane che cerca bellezza

C’è un modo particolare di incontrare l’arte, quando la si va a cercare nei luoghi dove nasce davvero. La nuova tappa del viaggio della professoressa Lorena Gava tra gli atelier d’artista conduce in uno spazio inatteso: dopo lo studio in un palazzo quattrocentesco, e dopo il rifugio domestico di un’abitazione trasformata in laboratorio, questa volta si entra in un capannone industriale nel Vittoriese. È un cambio di scenario netto, ma proprio per questo chiarisce una cosa: l’arte sa abitare la contemporaneità, e persino plasmarla.

L’atelier di Davide “Masa” Maset è la dimostrazione più concreta di come la creatività possa salvare l’anima di un nonluogo, dargli un’identità e costruire, dentro un edificio altrimenti anonimo, un universo fluttuante personale. Masa, nato a Conegliano nel 1990, impone subito uno stile forte e riconoscibile, ma allo stesso tempo sfuggente, pieno di domande. Le sue opere, a un primo sguardo, sembrano familiari. Poi chiedono di fermarsi, di guardare meglio, perché l’impressione iniziale non basta a esaurirle.

Gava lo spiega con precisione, partendo dall’elemento più evidente: la figura umana. In Masa non è mai descrittiva, ma viene sintetizzata al limite, fino a diventare un segno personale, quasi una firma. Ritornano immagini ricorrenti che funzionano come un lessico interno: teste staccate dal corpo, bocche spalancate, occhi senza iride. È un repertorio che, per l’artista, non è decorazione, ma nucleo espressivo. Quelle facce lanciano un grido che suggerisce disumanizzazione e l’essere incastrati dentro un ingranaggio capace di determinare reazioni e impressioni collettive, come se il confine tra individuo e meccanismo fosse sempre più fragile.

I colori vivi e lo stile semplificato potrebbero far pensare a una contaminazione fumettistica. E qualcosa, in effetti, richiama quel mondo. Ma la lettura proposta da Gava affonda più in profondità: in queste figure c’è una componente primordiale, con rimandi alla classicità. A volte le teste hanno capelli aggrovigliati, come Meduse pronte a pietrificare con lo sguardo; altre volte trasmettono suggestioni “barbariche”, crude, come se la pittura tirasse fuori un fondo istintivo che precede ogni narrazione. Tutto, però, viene tenuto insieme da un tratto coerente: il segno grafico, i contorni marcati, una volontà costante di buttare fuori, di dire, di rendere visibile un’urgenza interiore.

Dentro questo universo non c’è solo inquietudine. Esiste anche un volto più idilliaco, legato all’amore per la pace che solo la natura può dare: una pausa, un respiro, un controcampo rispetto al grido. Eppure lo stile resta sempre espressivo e riconoscibile, come se anche la quiete, nelle sue opere, non potesse essere neutra. È un equilibrio interessante: attrazione per un mondo personale chiuso e, insieme, consapevolezza che l’artista deve restare in contatto con la realtà che lo circonda.

Quando Masa parla del periodo della pandemia, il tono si fa pratico. Il Covid, dice, ha bloccato il suo mondo: aveva diverse strade aperte, anche per esposizioni all’estero, e tutto è rimasto sospeso, in un limbo. La speranza che si possa ripartire, però, non manca. È una frase semplice, ma restituisce bene la fragilità di tanti percorsi creativi giovani, spesso appesi a poche occasioni e a calendari che possono saltare da un giorno all’altro.

Lo sguardo finale torna sul territorio. Masa conosce bene la realtà locale e riprende un tema che ricorre spesso quando si parla di nuove generazioni: la necessità di spazi pubblici per lavorare, esporre, incontrarsi. L’arte, sostiene, rischia di restare sottovalutata, soprattutto in Italia. Eppure, nel nostro contesto, non mancano i luoghi: ci sono molte strutture abbandonate che, con una spesa minima, potrebbero diventare sale evento o studi per giovani artisti che non hanno la possibilità di averne di propri. È un’idea concreta, quasi un invito a guardare i vuoti urbani come potenziali laboratori. E forse è proprio questo che l’atelier di Masa, dentro un capannone, dimostra già in silenzio.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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