Modi di dire: indorare la pillola

Nel 1225 l’imperatore Federico II di Svevia commissionò all’orefice veneziano Marino Nadal l’esecuzione di una corona d’oro, perle e pietre preziose: una dimostrazione della straordinaria reputazione della quale godevano gli artigiani lagunari specializzati nella lavorazione di gemme e metalli preziosi.

Tradizionalmente ubicate a Rialto, le botteghe degli oresi veneziani erano famose per le spille di filigrana (opus veneciarum), le catenelle finissime dette manini o entrecosei, i calici, gli oggetti sacri e i diamanti di squisita fattura.

Oresi, gioiellieri da falso e diamanteri, riuniti in un’unica Arte, nel Seicento ottennero il privilegio di erigere un sontuoso altare nella chiesa di San Giacomo in Rialto impegnandosi, come contropartita, a donare al Doge ogni anno due pernici.

Simbolo di ricchezza, ammirato sin dalla preistoria, protagonista di pagine controverse non si rado intrise di spietata violenza, l’oro non ha mai smesso di suscitare la brama di schiere di potenti e avventurieri: i primi mai paghi di accumulare lingotti anche a prezzo di perpetrare razzie mascherate da missioni civilizzatrici, i secondi alla perenne e disperata ricerca di un giacimento o di una pepita grande abbastanza da cambiare il loro destino.

Materia prima per diademi principeschi o per semplici ornamenti gelosamente custoditi dai meno abbienti, l’oro ha illuso generazioni di alchimisti speranzosi di individuare la formula segreta per ottenerlo in laboratorio. Nemmeno i cuochi hanno saputo sottrarsi al suo fascino tanto da utilizzarlo per impreziosire singole portate e stupire gli invitati a banchetti da favola.

L’oro alimentare, in forma di polvere, fiocchi o lamine sottilissime, ha trasformato in veri e propri monili le vivande servite in occasione delle nozze di Violante Visconti, di Isabella d’Aragona e la frutta offerta alla corte dei Tudor; negli anni Ottanta il “risotto oro e zafferano”, invenzione di Gualtiero Marchesi, ha suscitato stupore e meraviglia.

Tiziana Marconi Martino de Carles, in un articolo pubblicato sulla rivista “Civiltà della Tavola”, ricorda come nel Medioevo si diffuse fra i ricchi l’abitudine di assumere a fine pasto un confetto ricoperto d’oro: un po’ per ostentare il proprio status e in parte con la convinzione che l’oro possedesse preziose virtù terapeutiche.

Da questi costosi confetti medievali nacque un modo di dire ancora oggi piuttosto comune, “indorare la pillola”. Se alcuni speziali indoravano alcuni medicamenti avvolgendoli con un impalpabile velo aureo, altri “indoravano le pillole” rotolandole nello zucchero o nel miele con lo scopo di attenuarne il sapore amarissimo.

Uno stratagemma simile a quello adottato dalla Fata dai Capelli Turchini che, per convincere Pinocchio a inghiottire la purga, gli promise una dolce pallina di zucchero.

Oggi si ricorre alla locuzione “indorare la pillola” per descrivere l’atteggiamento o le parole di chi, nel commentare una notizia sgradevole, si dilunga in considerazioni tese a smorzare la delusione e il rammarico di chi ha difronte.  

Cercare di convincere i genitori di uno studente bocciato che un anno di riflessione sarà provvidenziale, mitigare lo sconforto di un cuore infranto con la frase “chiusa una porta si apre un portone” o rivolgersi a un candidato non eletto affermando che non è stato capito sono tutti modi per indorare la pillola e testimoniare che nulla è perduto.

Per coloro che volessero sperimentare un esclusivo cosmetico a base di polvere d’oro, desiderassero indossare un affascinante tessuto con autentiche pagliuzze auree, o fossero incuriositi dal sapore dell’oro alimentare suggerisco una breve ricerca sul web: scoprirete che con poche decine di euro si può trasformare un banale calice di vino in una magica pozione. 

Chi ritenesse questa proposta troppo banale potrà invece perdersi fra le calli veneziane alla ricerca dell’ultimo battiloro: un artigiano o, meglio, un artista capace di trasformare un frammento aureo in una foglia dall’incredibile spessore di pochi micron a suon di martellate con una tecnica vecchia di secoli.

Attenzione però a non farsi abbagliare dal luccichio del prezioso metallo: “L’oro non è tutto. Esiste anche il platino!” Parola di Paperon de’ Paperoni.

(Autore: redazione Qdpnews.it)
(Foto: Marcello Marzani)
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