Della Collezione Peggy Guggenheim, allestita nel veneziano Palazzo Venier dei Leoni, fa parte il quadro “Oink (Essi vedranno i tuoi occhi)” realizzato nel 1959 dalla pittrice surrealista Leonora Carrington. La scena è dominata da una creatura inquietante con le sembianze di iena e di grifone, un essere quest’ultimo a metà strada fra l’aquila e il leone.
La presenza, sullo stesso animale, di dettagli appartenenti a specie diverse è la cifra distintiva delle chimere, mostri diffusi nell’arte antica e in araldica, collegati al mito di Bellerofonte, figlio di Poseidone, che in sella al cavallo alato Pegaso liberò gli abitanti della Licia da questa terribile minaccia.
Realizzata nel IV secolo a.C., la chimera di Arezzo è considerata il bronzo votivo più sconvolgente della storia etrusca: il corpo e la testa di leone, una seconda testa di capra e un serpente come coda, raffigurata al culmine della lotta con Bellerofonte, essa suscitò l’ammirazione di personaggi fra i quali Giorgio Vasari, Benvenuto Cellini e Cosimo I de’ Medici che, pare, si dilettasse a lucidarla personalmente.
L’aspetto bizzarro della chimera non ha lasciato indifferenti biologi e botanici che per descrivere certi fenomeni di mescolanza genetica, ricorrono al termine chimerismo. Dal canto loro gli zoologi marini hanno deciso di racchiudere nella famiglia dei Chimeridi una serie di pesci abissali piuttosto rari e alquanto strani, il cui aspetto è rimasto pressoché invariato da milioni di anni.
Anche il linguaggio quotidiano non è sfuggito dalla suggestione di un essere così surreale da sembrare il frutto di un delirio onirico: “inseguire una chimera” è una espressione con la quale si designa la vana e rischiosa rincorsa di idee strampalate, fantasticherie, utopie e sogni irrealizzabili. Chi insegue il mostro trafitto da Bellerofonte ha buone probabilità di fallire in un’impresa assurda, ingannevole e lontana dalla realtà.
L’irrazionale e l’immaginario, tuttavia, attirano: se non altro come alternativa per sfuggire alla razionalità arida e scontata. Sono in molti coloro che si sono gettati a capofitto nell’avventato inseguimento: Gianni Morandi, in molti lo ricorderanno, cantava: “Ma se il mio cuore spera, non sarà solo una chimera“; e a fargli eco era il cantautore genovese Ivano Fossati: “E la mia banda suona il rock, per chi l’ha visto e per chi non c’era, e per chi quel giorno lì Inseguiva una sua chimera”.
A porre un freno a questa irrazionale fuga verso l’ignoto provvede fortunatamente il pragmatismo del Vecchio Testamento: “Chi lavora la propria terra si sazierà di pane, chi insegue chimere si sazierà di miseria”.
(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Marcello Marzani)
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