I gatti vivono quanto gli umani ottantenni: una nuova prospettiva sull’invecchiamento felino

Per decenni, gli scienziati hanno cercato di capire se qualche animale potesse davvero invecchiare come gli esseri umani. La risposta potrebbe trovarsi molto più vicino di quanto pensiamo: sui nostri divani, accanto ai nostri caminetti, nei nostri appartamenti. I gatti domestici, secondo una ricerca dell’Università di Auburn disponibile come preprint su bioRxiv in attesa di revisione formale da parte della comunità scientifica, potrebbero essere i migliori modelli naturali per studiare l’invecchiamento umano.

Un cervello che invecchia come il nostro

La scoperta più sorprendente riguarda il cervello. Proprio come accade agli umani, il cervello dei gatti si atrofizza con l’età. Le scansioni MRI (Risonanza Magnetica) ad alta risoluzione hanno rivelato che gatti adolescenti mostrano gli stessi segni visibili in umani ottantenni: ventricoli cerebrali ingrossati, solchi corticali allargati, riduzione del volume cerebrale complessivo.

Un gatto di 16 anni e un essere umano di 88 anni presentano pattern straordinariamente simili di degenerazione cerebrale. Entrambi mostrano un’espansione dei ventricoli laterali, un assottigliamento dell’adesione intertalamiche e un aumento dello spazio subaracnoideo. Questi non sono semplici parallelismi superficiali, ma somiglianze profonde nella struttura e nella progressione del deterioramento cerebrale.

La scoperta della corrispondenza delle età

I ricercatori hanno analizzato 3.754 osservazioni provenienti da diverse specie, utilizzando tutto, dalle analisi del sangue alle scansioni cerebrali, dai cambiamenti comportamentali ai dati epidemiologici. Quello che hanno scoperto è rivoluzionario: un gatto di 15 anni corrisponde biologicamente a un umano di circa 80 anni.

Ma la relazione non è lineare. Un gattino appena nato equivale a un feto umano di 40 settimane, mentre un gatto di sei mesi corrisponde a un bambino umano nel primo decennio di vita. Lo sviluppo postnatale umano risulta stranamente allungato rispetto ai gatti: la nostra infanzia e adolescenza sono fasi relativamente estese nel regno animale.

I Gatti di casa sono più vecchi di quelli da laboratorio

Una scoperta inaspettata riguarda la differenza tra gatti domestici e gatti da colonia. I gatti che visitano le cliniche veterinarie sono significativamente più vecchi di quelli studiati nei laboratori. L’età media dei gatti domestici negli studi era di 7,81 anni, contro i 2,77 anni dei gatti da colonia.

Questo significa che i gatti domestici rappresentano una popolazione ideale per studiare l’invecchiamento, semplicemente perché i loro proprietari li mantengono in vita più a lungo e li portano dal veterinario per controlli regolari. I ricercatori hanno anche scoperto che i gatti domestici maturano più lentamente di quelli da colonia, suggerendo che l’ambiente domestico potrebbe influenzare il ritmo stesso dello sviluppo biologico.

Alzheimer felino

Come gli umani, alcuni gatti sviluppano placche amiloidi e grovigli di proteine tau iperfosforilate nel cervello, gli stessi segni distintivi della malattia di Alzheimer. Questi cambiamenti patologici compaiono nei gatti adolescenti, proprio quando ci aspetteremmo di trovarli negli umani anziani.

I gatti possono anche sviluppare la sindrome da disfunzione cognitiva, l’equivalente felino della demenza, con disorientamento spaziale e temporale, cambiamenti nel ciclo sonno-veglia, vocalizzazioni alterate e deficit di memoria. Sebbene non esistano ancora strumenti diagnostici validati per la demenza nei gatti, i parallelismi con le malattie neurodegenerative umane sono evidenti.

Perché non tutti gli animali invecchiano come noi

Lo studio ha anche rivelato qualcosa di importante: non tutti gli animali vivono abbastanza a lungo da sviluppare i segni dell’invecchiamento umano. Gli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi, raramente superano i 40 anni in cattività, che corrisponde a un umano sulla cinquantina. Pochi scimpanzé mostrano quindi atrofia cerebrale, menopausa o altri cambiamenti legati all’età che emergono negli umani dopo i 50 anni.

I topi, l’animale più studiato nella ricerca sull’invecchiamento, vivono solo circa due anni, equivalenti a un umano sui 70 anni. Troppo poco per sviluppare molte delle caratteristiche dell’invecchiamento umano avanzato.

L’approccio One Health si conferma vincente

Anche in questo caso, l’approccio One Health si dimostra vincente. Invece di continuare a creare artificialmente malattie nei topi di laboratorio attraverso manipolazioni genetiche che spesso non riescono a tradursi in terapie efficaci per l’uomo, i ricercatori sostengono la necessità di studiare animali che sviluppano spontaneamente le stesse malattie degli esseri umani.

I gatti rappresentano un esempio perfetto di questo paradigma: condividono i nostri ambienti domestici, sviluppano naturalmente obesità, diabete, artrite e mostrano gli stessi pattern di invecchiamento cerebrale che caratterizzano gli umani. Questa convergenza naturale li rende modelli biologici autentici, non ricostruzioni artificiali di laboratorio.

Il valore di questo approccio è già stato dimostrato. Un caso emblematico riguarda la terapia genica per la gangliosidosi GM1, una malattia enzimatica fatale che colpisce sia gatti che umani. Alcuni gatti sviluppano spontaneamente questa patologia, offrendo l’opportunità di testare interventi terapeutici in un modello naturale della malattia. I risultati nei gatti hanno mostrato miglioramenti nell’attività enzimatica e nella funzione neuromuscolare, estendendo significativamente la sopravvivenza. Questi risultati promettenti hanno portato a trial clinici umani con esiti incoraggianti: bambini che prima non potevano camminare o mangiare autonomamente ora ci riescono.

Questo è il potere dell’approccio One Health: migliorare la salute animale non è solo un obiettivo etico in sé, ma una strada concreta per far progredire la medicina umana. Interventi non invasivi come l’esercizio fisico o modifiche dietetiche che migliorano la cognizione e la longevità nei gatti potrebbero tradursi direttamente in protocolli applicabili alla salute umana, creando un circolo virtuoso di benefici reciproci tra medicina veterinaria e medicina umana.

Cosa significa per i proprietari di gatti

Questa ricerca ha implicazioni pratiche. Quel gatto di 12 anni che dorme sul vostro divano non è semplicemente “anziano” in termini vaghi: biologicamente, equivale a una persona di circa 65-70 anni. Un gatto di 18 anni? Sta vivendo l’equivalente biologico di un centenario umano.

Questo dovrebbe cambiare il modo in cui pensiamo alla cura dei gatti anziani. Come gli umani anziani beneficiano di controlli medici regolari, stimolazione cognitiva e esercizio moderato, così dovrebbero fare i nostri compagni felini che invecchiano.

Il futuro della ricerca

Con circa 600 milioni di gatti nel mondo, rispetto alle poche migliaia di scimpanzé in cattività, i gatti rappresentano una risorsa straordinaria e ampiamente accessibile per la ricerca sull’invecchiamento. La loro durata di vita estesa rispetto ad altri felini (30 anni per i gatti domestici contro 19 per i gatti selvatici) li rende particolarmente preziosi.

La ricerca suggerisce che integrare maggiormente la medicina veterinaria e umana potrebbe portare a scoperte rivoluzionarie. Studiare come i gatti invecchiano, sviluppano malattie neurodegenerative e rispondono agli interventi potrebbe illuminare nuove strade per comprendere e trattare l’invecchiamento umano.

Conclusione

I gatti non sono solo compagni adorabili: sono specchi biologici del nostro stesso processo di invecchiamento. Mentre ci prendiamo cura dei nostri amici felini che invecchiano, stiamo essenzialmente osservando un modello in scala del nostro futuro. E forse, studiando come mantenerli sani e cognitivamente attivi più a lungo, scopriremo i segreti per fare lo stesso per noi stessi.

La prossima volta che guardate il vostro gatto anziano, ricordate: state guardando un sopravvissuto, un individuo che ha raggiunto l’equivalente biologico di un’età veneranda per gli esseri umani. E in quella vita lunga e ben vissuta, potrebbe risiedere la chiave per comprendere meglio la nostra stessa longevità.

(Autore: Paola Peresin)
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