L’irresistibile tentazione di umiliare l’avversario ha spesso contaminato il legittimo orgoglio per una vittoria, trasformando il trionfo in un indegno atto di prevaricazione. Sebbene l’accanimento del vincitore nei confronti del vinto affondi le proprie radici nell’antichità, la lusinga è talmente attuale da spingere il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, a ribadire recentemente che: “La vera pace è quella che non umilia il nemico”.
A proposito di mortificazione dell’avversario, uno degli episodi più celebri risale al 321 a.C. e a riferirlo è lo storico Tito Livio: i fieri Sanniti, avuta la meglio sui Romani, non si accontentarono di cacciarli, ma li costrinsero a sfilare seminudi sotto le cosiddette forche caudine, gioghi fatti con le lance incrociate e che da allora divennero simbolo di spietata sopraffazione.
Vittima illustre della cieca ferocia nemica fu, nel Cinquecento, il governatore di Famagosta Marcantonio Bragadin. Caduto nelle mani del Turco dopo aver eroicamente resistito all’assedio della piazzaforte, egli dovette subire ogni sorta d’angherie prima di spirare. Coperto di sputi, malmenato, le braccia e le gambe spezzate, le orecchie mozzate, il Veneziano fu costretto a vagare per l’isola carico di pietre sotto il sole cocente. Scorticato vivo dagli aguzzini ottomani, subì un ultimo crudele affronto quando la sua pelle, riempita di paglia, fu esibita come orrendo trofeo dai suoi carnefici.
Nei secoli, con messe in scena più o meno atroci, non ci si è limitati a colpire i nemici in armi: avversari politici, criminali, seguaci di altre fedi e addirittura interi gruppi nazionali sono finiti nel mirino di chi, non accontentandosi di sopraffare e punire, ha tratto somma soddisfazione nell’assistere all’altrui mortificazione.
Da qui il fiorire di orpelli riservati a chi si voleva schernire o, più semplicemente, confinare ai margini della società: fiocchi e veli gialli come marchio infamante per le prostitute, il cappello a punta imposto gli ebrei, campanelli e sonagli per annunciare la presenza di lebbrosi e appestati. Supplizi come la berlina, il ceppo e la gogna servivano a umiliare pubblicamente malfattori di basso rango ai quali, non di rado, si applicavano cartelli con scritte ingiuriose e si gettavano escrementi sul volto.
L’elenco delle pratiche ideate per preservare la sicurezza e la salute pubblica, nella realtà strumenti di discriminazione altrettanto efficaci, potrebbe continuare quasi all’infinito. Fra le categorie più bersagliate dalla malvagità altrui vi era senz’altro quella dei condannati a morte. Soltanto un secolo fa, a Trento, il boia austriaco Josef Lang si diede da fare per conferire all’esecuzione capitale di due irredentisti trentini, Cesare Battisti e Fabio Filzi, i contorni di una farsa grottesca anziché di un tragico evento.
Della pressoché sterminata serie di espedienti utilizzati per vessare i prigionieri fa parte la curiosa usanza medievale consistente nel provvederli di una ridicola “coda di paglia”, con la quale sfilare fra ali di folla in fermento, rischiando che qualcuno gliela incendiasse. Una circostanza dalla quale pare discenda la locuzione “avere la coda di paglia”, il cui significato equivale ad avere la coscienza sporca, nascondere qualcosa e dunque temere di essere smascherato.
Un saggio di Raffaella Setti reperibile sul sito dell’Accademia della Crusca ricorda come nel Trecento le truppe pavesi sconfitte furono costrette a lasciare Milano sfilando con una coda di paglia attaccata alle terga, simbolo del loro status subumano.
Una seconda ipotesi, per la verità meno verosimile della precedente, collocherebbe il celebre modo di dire nella dimensione fiabesca anziché in quella della giustizia o della vendetta. Una volpe, affranta dinanzi alla propria coda mozzata, decise di applicarsene una posticcia, fatta di paglia. Un gallo impertinente spiattellò il segreto e i contadini decisero di accendere dei fuochi nei pressi dei loro pollai. Da allora la volpe, per timore che le fiamme le bruciassero la finta coda, se ne stette alla larga dalle galline con grande soddisfazione dei contadini e, si presume, del gallo: una storia nella quale la vanità prevale sull’istinto predatorio e sulla fame. In effetti, si dice in Toscana, “chi ha la coda di paglia ha sempre paura che gli pigli fòco!”.
Chi, in senso metaforico, ha la coda di paglia agisce con eccessiva circospezione, è suscettibile, agitato e oltremodo permaloso. Tutto ciò perché si sente gli occhi addosso e teme di essere scoperto da un momento all’altro. È consapevole (altro modo di dire) di custodire uno scheletro nell’armadio. Ciò, tuttavia, non autorizza a prendersi gioco dell’avversario assoggettato, vinto o sottomesso. Il poeta medievale persiano Saadi, a tal proposito, con disarmante lucidità ammonisce: “Per quanto umiliato sia il tuo nemico, sappi che esso è sempre da temere”.
(Autore: Marcello Marzani)
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