Modi di dire: andare in brodo di giuggiole

Originario della Cina, dell’India o della Siria, secondo altri proveniente dall’Africa settentrionale, diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, il giuggiolo (Zizyphus jujuba, Z. sativa) è giunto in Italia in epoca romana. Gli antichi greci lo identificavano con la quiete e il silenzio tanto da sceglierlo come essenza per decorare i templi dedicati a Meti, madre di Atena, divinità della prudenza e della saggezza.

Alcuni storici ritengono che la pianta magica consumata dai Lotofagi e citata da Omero altro non fosse che il giuggiolo le cui fronde, spinosissime, potrebbero essere state intrecciate nella corona di Cristo. Grazie alla felice intuizione dei mercanti e degliimprenditori veneziani il giuggiolo fece presto la sua comparsa anche in Veneto, sulle coste dalmate e in altre località temperate comprese nei domini della Serenissima.

Arbusto che raramente supera i cinque metri, con le foglie ovali, lucide e alterne, il giuggiolo cresce molto lentamente; i suoi frutti, le giuggiole o zizzole, ricchi di vitamina C hanno un aspetto simile a quello dei datteri e un sapore che ricorda quello acidulo della mela; si consumano freschi, essiccati, canditi o sotto spirito. In Oriente la loro polpa viene utilizzata per farne salse, bevande, focacce e un pane molto particolare.

Nel nostro Paese un tempo era diffusa l’usanza di consumare sciroppi e pasticche a base di giuggiole per placare la tosse e combattere le affezioni bronchiali; oggi i suoi estratti compaiono fra gli ingredienti di creme emollienti e idratanti molto apprezzate.  

Sui Colli Euganei, nel territorio di Arquà Petrarca, il giuggiolo ha trovato un habitat ideale ed è protagonista di diverse golosità: confetture, cioccolatini, biscotti, frutti sotto grappa e, soprattutto, il Brodo di Arquà Petrarca o brodo di giuggiole, un liquore dolce e aromatico a base di zìzoe, conosciuto sin dal Medioevo, che promette emozioni talmente intense da rasentare l’estasi.

Andare in brodo di giuggiole, nel linguaggio comune, equivale infatti a struggersi alla felicità, perdere il senno per la contentezza, essere travolti dal piacere. Con il prezioso aiuto dell’Accademia della Crusca, cerchiamo di scoprire le origini di questo curioso modo di dire.

Una prima ipotesi rimanda ai fasti dei Gonzaga: i potenti signori di Mantova, dai “datteri cinesi” messi a dimora in una tenuta sulle sponde del lago di Garda, ricavarono un elisir nel quale, alle giuggiole, venivano aggiunti succo di melograno, uva, mela cotogna e scorze di limone. Poiché chi aveva il privilegio di gustarlo, pare, fosse colto da incontenibili sussulti di allegria, il “brodo di giuggiole” divenne sinonimo di soddisfazione estrema.

In realtà, la caratteristica espressione potrebbe essere l’alterazione di una locuzione molto più antica nella quale, il brodo primigenio, non era di giuggiole bensì di succiole, termine toscano che indica le castagne bollite. E se nel Granducato ci si beava suggendo le castagne anziché sbucciarle, i bolognesi in estasi evocavano la broda d’ fasù, ovvero il brodo di fagioli.   

Soltanto a partire dal Settecento le giuggiole ebbero finalmente la meglio sulle castagne e sui legumi, nonostante la strenua resistenza di alcuni linguisti favorevoli alle succiole e avversi tanto al nostrano fagiolo quanto all’esotico “dattero cinese”.

Nella cultura orientale il giuggiolo simboleggia la fertilità, l’immortalità e per le sue proprietà lassative si è guadagnato il romantico e azzeccatissimo epiteto di “pianta del sollievo”. Da noi, decisamente meno mistici dei popoli asiatici, le giuggiole conferiscono colore e sapore a piatti originali come un interessante risotto con le zizzole o un sorprendente strudel salato.

Non resta allora che affidarci alle prodigiose virtù del dattero cinese, declinato come si preferisce, per lasciarci alle spalle le quotidiane preoccupazioni e prenderci una bella rivincita su coloro che godono delle nostre frustrazioni. La grande Alda Merini sosteneva che la miglior vendetta è la contentezza: “non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice”. Dunque, anche a costo di simulare, sfoderiamo il nostro migliore sorriso e lasciamo credere ai maligni di essere letteralmente immersi in un soave brodo di giuggiole!

(Autore: Marcello Marzani)
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