Le città italiane sono molto più selvagge di quanto immaginiamo. Tra un palazzo e l’altro, nei parchi urbani, lungo i viali alberati e nei polmoni verdi che respirano nel cuore delle metropoli, si muovono ogni notte creature che raramente incrociamo, ma che condividono con noi gli stessi spazi. Un recente studio scientifico condotto nelle aree urbane di Milano, Roma, Firenze e Campobasso ha cercato di capire chi sono questi inquilini silenziosi, quanti sono e cosa determina la loro presenza nelle grandi città italiane.
La ricerca, finanziata nell’ambito del National Biodiversity Future Centre, un progetto del Ministero dell’Università e della Ricerca —, ha utilizzato 48 fototrappole distribuite in aree verdi delle quattro città, accumulando quasi novemila giorni di osservazioni. Il risultato è stato interessante, in poco più di diciassette mila avvistamenti indipendenti sono state rilevate dodici specie di mammiferi selvatici di taglia media e grande. Un patrimonio faunistico insperato, nascosto tra le pieghe del tessuto urbano.
Tra le specie più frequentemente avvistate spiccano il cinghiale e la volpe, che insieme rappresentano la fetta più consistente degli avvistamenti. Il cinghiale, in particolare, è ormai un protagonista indiscusso della fauna urbana europea e la sua capacità di adattamento è straordinaria. Nelle città cambia alimentazione, diventa più grande, modifica i suoi ritmi di attività e impara a sfruttare le risorse che l’uomo, spesso involontariamente, gli mette a disposizione. Non è una novità italiana, lo stesso fenomeno si osserva a Barcellona, Berlino, Cracovia, ma la sua comparsa a Milano, documentata per la prima volta da questo studio, ha colpito i ricercatori. Ancora più sorprendente è stato rilevare la presenza del lupo nella metropoli lombarda, un animale che, dopo decenni di persecuzione e quasi scomparso dalla penisola negli anni Settanta, ha saputo ripopolare montagne e pianure e si avventura ora fin quasi ai margini delle grandi città.
Ma c’è un altro protagonista che merita attenzione, e questa volta si tratta di uno straniero, il silvilago, comunemente noto come coniglio della Florida. Importato dal Nord America negli anni Sessanta per scopi venatori, questo piccolo lagomorfo ha trovato in Milano la sua capitale italiana, distinguendo la città da tutte le altre nel panorama dello studio. La sua presenza massiccia è uno dei fattori che rende la comunità di mammiferi milanese la più diversa rispetto alle altre tre città analizzate.
È proprio questa diversità tra le città a costituire uno dei risultati più interessanti della ricerca. I ricercatori si aspettavano che la quantità e la frammentazione delle aree verdi fossero i fattori principali nel determinare quali specie vivono in un dato contesto urbano, un’ipotesi ragionevole, sostenuta da numerosi studi precedenti. Invece, le analisi statistiche non hanno rilevato differenze significative tra aree più o meno verdi, o più o meno frammentate. La variabile che conta davvero, almeno alla scala di analisi adottata, è la città in sé, Roma, Milano, Firenze e Campobasso ospitano comunità di mammiferi distinte, modellate da fattori locali ancora in larga parte da scoprire.
Roma, ad esempio, è la città della volpe. La capitale italiana offre a questo carnivoro opportunista una varietà straordinaria di parchi e giardini immersi nel tessuto edilizio, e la volpe ne ha approfittato, raggiungendo densità elevate. A Firenze, invece, sono le martore a farla da padrone, questi mustelidi, agili e sfuggenti, sembrano trovare nell’ambiente fiorentino condizioni particolarmente favorevoli. Campobasso è la città del cinghiale per eccellenza, dove la fauna selvatica riflette forse la minore pressione urbanistica di una città di dimensioni più contenute. E Milano, con il suo silvilago e la quasi totale assenza dell’istrice, specie che non raggiunge le latitudini padane, racconta una storia biogeografica e storica tutta sua.
Ciò che emerge con chiarezza è che non sono le specie rare a definire il carattere faunistico di una città, ma quelle più comuni e abbondanti. Volpi, cinghiali, martore, istrici e ricci sono loro che, con la frequenza delle loro apparizioni davanti alle fototrappole, disegnano il profilo di ogni comunità urbana. Le specie rare, come il lupo o la puzzola europea, avvistati pochissime volte, contano poco nelle analisi statistiche, ma la loro presenza occasionale racconta qualcosa di altrettanto importante, le città non sono barriere insuperabili per la fauna selvatica, anche per quella che meno ci aspetteremmo di trovare tra i palazzi.
Questo studio mette in discussione anche una teoria molto diffusa in ecologia urbana, quella della cosiddetta omogenizzazione biotica. L’idea è semplice; le città, essendo ambienti simili tra loro, dovrebbero ospitare le stesse specie generaliste e adattabili, rendendo sempre più uniformi le comunità animali di tutto il mondo. I risultati italiani suggeriscono invece una realtà più sfumata; è vero che le città filtrano la fauna, escludendo le specie più sensibili e selezionando quelle più plastiche, ma il risultato non è un’unica comunità standardizzata, bensì assemblaggi locali con una propria identità, plasmati dalla storia, dalla geografia e dalle peculiarità di ogni contesto urbano.
Non mancano le sfide pratiche. Il lavoro sul campo nelle città è tutt’altro che semplice, ottenere i permessi per installare strumentazione in aree pubbliche richiede mesi di trattative, e il rischio di furti e vandalismi è concreto. A Firenze e Roma, oltre il quindici per cento delle fototrappole è stato danneggiato o rubato, una percentuale alta, che racconta quanto sia ancora difficile fare ricerca scientifica negli spazi urbani italiani.
Nonostante questi ostacoli, lo studio apre una finestra preziosa su un mondo che spesso ignoriamo. Conoscere chi vive con noi nelle città è il primo passo per imparare a convivere meglio con queste specie, gestire i conflitti, pensiamo ai cinghiali che rovistano nei bidoni dell’immondizia o agli ungulati che attraversano le strade, ma anche proteggere quelle più vulnerabili e valorizzare la biodiversità urbana come una risorsa, non come un problema.
Le città del futuro saranno sempre più grandi, sempre più abitate. Che siano anche selvatiche, nel senso migliore del termine, dipende anche da scelte che possiamo ancora fare.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata







