Ancora gestione del lupo: tra miti, promesse mancate e scienza dimenticata

Il lupo, come è noto, non lascia indifferenti. Scatena entusiasmi, risentimenti, visioni apocalittiche e utopie pastorali, spesso nello stesso pomeriggio, spesso nella stessa sala. C’è chi lo vuole eradicare e chi lo vorrebbe adottare; chi ne parla come di una piaga biblica e chi come di un totem spirituale. L’unica cosa che accomuna quasi tutti è la disinvoltura con cui si prescinde dai fatti.

Nell’arco di una sola settimana sono stata invitata a due incontri sulla gestione della specie in Italia, entrambi presentati come occasioni di confronto tra stakeholder su impatti e conflitti dovuti alla presenza della specie. Tengo a dire che sono stata genuinamente grata degli inviti. Chi li ha promossi lo ha fatto con buona fede e con l’intenzione di aprire uno spazio di dialogo, e questo non è poco. Scrivo queste riflessioni su questa rubrica, che mi è stata segnalata come molto seguita, proprio nella speranza che arrivino anche a chi quegli impatti li vive ogni giorno.

Quello a cui ho assistito non era un confronto basato su un’analisi dei fatti, ma uno scontro di opinioni e valori, una sequela di bioequivoci gestionali confezionati con il lessico della biologia ma privi della sua sostanza. Eradicazioni imminenti, abbattimenti terapeutici, deterrenze educative, argomenti che non richiedevano competenze specialistiche per essere affrontati, ma semplicemente una familiarità di base con la sua eco-etologia. Momenti come questi potrebbero essere preziosi per chi affronta il problema sul campo: meriterebbero basi più solide.

Con questo spirito ho pensato valesse raccogliere qui i fraintendimenti più eclatanti e confrontarli con quello che la biologia della specie ci dice.


Il prelievo come panacea: un equivoco duro a morire

Uno degli argomenti più ricorrenti nel dibattito pubblico riguarda la possibilità di ridurre i conflitti con la zootecnia attraverso quote di abbattimento. L’idea è intuitivamente semplice: meno lupi, meno predazioni. La realtà etologica è considerevolmente più complessa. Il lupo è una specie a organizzazione sociale rigidamente strutturata in unità familiari, i branchi, con dinamiche territoriali precise. Rimuovere individui da una popolazione strutturata può destabilizzare gerarchie consolidate, favorire la dispersione di soggetti giovani e inesperti verso nuove aree, e in alcuni casi persino aumentare localmente i conflitti nel breve periodo. L’esperienza di paesi che praticano il prelievo selettivo da decenni non ha prodotto evidenze univoche di una riduzione stabile del danno zootecnico attribuibile agli abbattimenti in sé.

La variabile determinante, sistematicamente sottovalutata nel dibattito italiano, rimane un’altra: la gestione attiva delle aziende zootecniche. Misure di prevenzione testate da generazioni di allevatori, che mi piace ricordare sono gente pratica, poco incline alla retorica dialettica, sono strumenti che richiedono investimento, competenza e volontà politica reale. Sono sempre più convinta che varrebbe la pena di seguire le loro indicazioni.

L’equivoco dell'”educazione” del predatore

Circola con sorprendente persistenza la convinzione che interventi cruenti, abbattimenti punitivi, deterrenti dolorosi, possano “insegnare” ai lupi a evitare determinati luoghi o comportamenti. Siamo lontanissimi dalla logica del “colpirne uno per educarne cento”; quella è una strategia di deterrenza sociale che presuppone la capacità di elaborare e trasmettere un’informazione astratta tra individui. La mente di un lupo non funziona così.

La paura dell’uomo non è un’abitudine acquisita individualmente e trasmessa per imitazione sociale; è un tratto che si consolida attraverso pressione selettiva multigenerazionale. I comportamenti che aumentano la diffidenza verso l’uomo vengono favoriti dalla selezione naturale perché riducono la mortalità; quelli opposti vengono eliminati. È lo stesso meccanismo elementare che ha prodotto l’elusività e la diffidenza verso l’uomo in qualsiasi specie cacciata nel corso della storia. Non si innesca in una stagione venatoria, non si stabilizza con una campagna di abbattimenti: opera su scale temporali evolutive, non gestionali.

A questo si aggiunge un dato strutturale che il dibattito pubblico ignora sistematicamente: i lupi dello stesso branco non si muovono come un’unità compatta in modo permanente. Ciascun individuo frequenta autonomamente porzioni del territorio, rendendo qualsiasi preteso effetto “dimostrativo” su scala di gruppo non solo improbabile, ma etologicamente privo di senso. Un individuo colpito o allontanato non comunica agli altri che una determinata risorsa è pericolosa: non ne ha la capacità cognitiva, manca di astrazione contestuale, e non ne ha nemmeno l’occasione comportamentale. Se la fonte di attrazione alimentare non viene rimossa o resa inaccessibile, il sito continuerà ad essere frequentato da quell’individuo non appena l’effetto svanisce, o da un altro che non era presente.

Il contesto italiano è irriproducibile

Un’altra semplificazione ricorrente consiste nel citare esperienze di gestione di altri paesi europei o nordamericani come modelli diretti da importare. La struttura del territorio italiano, frammentato, densamente antropizzato, con una zootecnia spesso praticata in condizioni di marginalità economica, non è comparabile alle grandi aree rurali scandinave o nordamericane dove certi modelli gestionali sono stati sviluppati. Trapiantare acriticamente strumenti pensati per contesti radicalmente diversi produce risultati deludenti, e di delusioni il dibattito italiano ne ha già accumulate abbastanza.

Sicurezza pubblica: rimozione, non deterrenza simbolica

Sul tema della sicurezza pubblica, che riguarda i casi, relativamente rari ma non trascurabili, di lupi che frequentano abitualmente aree periurbane o che hanno perso la diffidenza verso l’uomo, l’approccio più coerente con le conoscenze disponibili punta sulla rimozione mirata del soggetto problematico, valutata caso per caso, e sull’eliminazione delle cause di attrazione. Non esiste un meccanismo cognitivo che renda efficace la deterrenza generalizzata come strumento di modifica comportamentale stabile in questa specie.

Conclusione: tornare alla biologia

Il lupo italiano merita di uscire dall’arena delle strumentalizzazioni, da qualsiasi parte provengano, e di rientrare in un perimetro di discussione fondato sull’eco-etologia della specie, sulle evidenze empiriche disponibili e su una valutazione onesta del contesto territoriale. Le scorciatoie narrative hanno già dimostrato abbondantemente la loro inutilità.

Forse basterebbe ricominciare da ciò che la biologia ci dice da decenni. Non è una proposta rivoluzionaria. È semplicemente il punto da cui non si sarebbe mai dovuto deviare.

(Autore: Paola Peresin)
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