Con le Olimpiadi e l’Olimpismo ha un feeling speciale: protagonista alla “maratona amatoriale” degli ultimi Giochi estivi, il 45enne sanvendemianese di fiere origini coneglianesi Alberto Rosa ha vissuto in prima fila anche Milano Cortina 2026, questa volta nelle vesti di volontario.
Una figura, quest’ultima, fondamentale (e forse non sufficientemente valorizzata a tutti i livelli) per la buona riuscita dell’evento a cinque cerchi ormai archiviato e per quello imminente, le Paralimpiadi di marzo.
Alberto e molti altri come lui hanno sopportato levatacce, trasporti (anche intermodali – i volontari erano spesso riconoscibili in stazioni ferroviarie e fermate dei bus) non sempre agevoli e necessità di adattarsi, senza andare troppo per il sottile, alle esigenze dell’organizzazione e degli atleti.
Per il Sacro Fuoco di Olimpia, tuttavia, si fa questo e altro, come racconta lo stesso Alberto.
Come è nata – e come si è poi concretizzata – l’idea di essere volontario alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026?
“L’idea è nata durante la Marathon Pour Tous, la Maratona olimpica di Parigi 2024, aperta a 20.024 atleti amatori. Quella notte è stata un dono, correre al centro del mondo, un evento che, anche grazie all’energia della città, ha trasceso lo sport. Ho pensato che il modo migliore per ringraziare lo Spirito dei Giochi fosse mettermi a disposizione come volontario in un’edizione futura dei Giochi. E’ stata una promessa “di pancia”. Così, appena aperte le candidature per il programma dei volontari di Milano Cortina 2026, mi sono proposto tramite il portale Team26. Le selezioni sono iniziate a giugno 2025, poi ci sono stati momenti di formazione online e in presenza. Sono stato assegnato al Cortina Sliding Center, in una squadra meravigliosa che ha supportato giornalisti, fotografi, cameramen nel loro lavoro di raccontare slittino, skeleton e bob, gli sport di scivolamento, lungo la rinnovata pista dedicata a Eugenio Monti, il Rosso Volante. Il gruppo a cui sono stato assegnato era composto da persone di varia età, provenienti da Italia, Francia, Inghilterra, Germania, Portogallo, Canada, Stati Uniti. Un’astronave che viaggia a 3 mila chilometri all’ora, in mezzo a decisioni veloci da prendere, attività operative, grandi o piccole, da realizzare, e viversi appieno le vibrazioni sia dello sport sia, forse soprattutto per i volontari, delle tante persone incontrate, con le loro storie e le condivisioni, in un flusso di scambio continuo di esperienze e orizzonti”.


Questi Giochi olimpici si sono inseriti in un periodo storico caratterizzato da fortissime tensioni internazionali. Per quella che è stata la tua esperienza, com’è stata la “convivenza” tra atleti e addetti ai lavori di diverse culture nel contesto olimpico cortinese?
“Questo è un argomento che secondo me è stato poco toccato durante i Giochi mentre è importante, poiché si pone al di là del valore simbolico della “tregua olimpica”. Forse le Olimpiadi non sono una bolla di pace in un mondo in fiamme, ma, nonostante le tensioni geopolitiche esterne, la convivenza è stata una lezione di pragmatismo e umanità naturale. Tante lingue straniere si sono incrociate, anche la parlata maccheronica va bene, tante culture differenti, dal Brasile alla Jamaica, alla Cina e all’Oceania. Quando un bob sfreccia nel tornante della Tofana a 130 km/h non conta il passaporto del cronometrista o del volontario che aiuta i media a raccontare o del tifoso che si emoziona per una squadra nazionale non sua. I confini e le barriere arrivano dopo e restano nel vasto mondo, almeno per qualche tempo. Davvero, senza retorica”.


Come il territorio ha accolto e vissuto questi Giochi che mancavano dalla Conca da 70 anni?
“Credo sia difficile dirlo con un solo mese lì, da pendolare. Per chi vive nelle zone di questi Giochi, organizzati secondo un modello diffuso, l’evento è iniziato molto prima dell’inizio della parte sportiva. A Cortina credo che la comunità locale abbia provato un misto di orgoglio, emozione ma anche sforzo di convivere con un evento simile. Cortina porta ancora nelle proprie radici i segni dell’edizione dei Giochi del 1956. Il 2026 ha scosso Ampezzo e Cadore con una modernità travolgente: la zona è stata catapultata al centro del mondo per motivi sportivi, non solo turistici. Questo ha comportato, credo, anche tanta fatica, per i trasporti e i cantieri soprattutto, o le discussioni attorno alla realizzazione della pista Monti, che ho percepito essere molto apprezzata dagli esperti e dal pubblico. Credo che molto dipenderà da come saranno utilizzati sedi e infrastrutture create per i Giochi dopo la fine delle Paralimpiadi. Diciamo che Cortina non ha solo ospitato i Giochi ma continua a “indossarli””.


Cosa ti lascia dentro quest’esperienza, sempre che non prosegua anche con le Paralimpiadi?
“Non so dirlo in poche parole, non ancora almeno, quindi mi concedo una visione un po’ romantica di questo immediato dopo. Se Parigi aveva ridefinito la mia idea di bellezza, Cortina mi ha dato una consapevolezza nuova. Forse essere volontario insegna la leggerezza del bob: devi essere centrato quando serve, ma insieme fluido, per seguire le curve di una società futura che non è quella che conosciamo. I Giochi insegnano bene questo. Quindi le due esperienze mi hanno donato una nuova sensibilità verso il mondo. Mettere in circolo l’energia non è un modo di dire, ma probabilmente l’unico modo per non farla spegnere. Se l’avventura continuerà con le Paralimpiadi, sarà un finale ancora più profondo”.


(Autore: Luca Anzanello)
(Foto: per concessione di Alberto Rosa)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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