Ci sono storie che, a volte, riemergono e fanno ricordare quanta strada sia stata fatta nel tempo, anche in fatto di esplorazioni: è il caso della vicenda che riguarda la prima volta in cui venne raggiunto il fondo del Bus de la Lum, inghiottitoio carsico situato sull’altopiano del Cansiglio.
Una storia emersa grazie al Cai di Vittorio Veneto che, in uno degli ultimi bollettini, ha ricordato questa storia, tramite uno scritto di Beppe Tormene.
Proprio l’8 agosto 1924 venne raggiunto il fondo del Bus de la Lum per la prima volta, grazie a un’impresa organizzata dalla Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie, sezione del Cai di Trieste.
La prima descrizione di questa imboccatura naturale risale al 1877: in precedenza c’era stato il tentativo di determinare la profondità di altre cavità ma, nel tempo, il Bus de la Lum attirò maggiormente l’attenzione di studiosi e naturalisti.
Come riportato nel bollettino del Cai vittoriese, alcune cronache del passato descrissero i primi tentativi di segnalare la profondità del Bus de la Lum. Tentativi risalenti al 1902 e, successivamente, al 1904.
Le prime esplorazioni preliminari della cavità furono condotte per cercare di comprendere come affrontare l’abisso e potersi calare al suo interno.
L’attenzione verso questa cavità carsica fu tale che, nel 1904, le esplorazioni preliminari sulla sua profondità vennero incoraggiate dal re d’Italia.
In quell’epoca non c’erano molte strumentazioni e sistemi moderni a disposizione: vennero calati sassi, una gabbia con una cavia o fatte le prove della candela e del magnesio.
Il Bus de la Lum generava sia interesse che timore, considerato che non era mai stata tentata prima un’esplorazione a simili profondità (si credeva che la profondità si aggirasse attorno ai 460 metri).
Le attività di esplorazione vennero sospese con l’arrivo della Grande Guerra, per poi essere riprese successivamente, con una spedizione organizzata dalla Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie.
La squadra coinvolta condusse le proprie analisi ai primi di agosto del 1924, ma incontrò degli intoppi: la cavità presentava al suo interno dei grossi tronchi d’albero, massi rocciosi e materiali detritici “di vario genere e provenienza”, cementati dal ghiaccio.
I componenti della squadra riuscirono comunque a scendere fino al fondo della cavità: arrivati a circa 225 metri trovarono un suolo piano, che chiudeva ogni accesso a profondità maggiori.
Come si legge in una testimonianza del 1925, la leggenda di grandi profondità venne così sfatata, riducendo il Bus de la Lum alle “modeste proporzioni di un comune abisso carsico”.
Ci fu così una certa delusione per questo risultato e vennero successivamente esplorate altre grotte più profonde.
La Seconda Guerra mondiale provocò un’altra interruzione delle analisi e il Bus de la Lum venne tristemente usato come foiba: le salme vennero recuperate nel dopoguerra.
Gli studi proseguirono e, nel 1981, fu scoperta una nuova cavità, il Pozzo dei Bellunesi, che si ricongiungeva al fondo del Bus de la Lum.
Nel 1993 venne aperto un passaggio verso la sala terminale del Bus de la Lum, chiamata Sala della Lanterna. La stessa esplorata nel 1924.
Nel tempo vennero trovati nuovi rami di collegamento della grotta.
(Autore: Arianna Ceschin)
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