“Sono arrivato in un territorio bello, curato e molto antropizzato. Spero che alla cura per le viti e la coltivazione corrisponda la cura per le persone. Il Castello vescovile dove risiedo racconta di una importante storia e una grande bellezza, molto preziosa se non è fine a se stessa e al profitto, ma cercata anche come strumento di aiuto e miglioramento dell’esistenza. Mi sto sentendo a mio agio perché in questa diocesi ci sono tante persone che camminano insieme”.
Si è presentato così il nuovo vescovo di Vittorio Veneto monsignor Riccardo Battocchio durante l’incontro stampa di mercoledì mattina nella Sala comitale degli stemmi del Castello di San Martino. Archiviato l’ampio tempo riservato alle comunicazioni sul Monastero di San Giacomo di Veglia, Battocchio ha accolto con disponibilità e attenzione le domande dei giornalisti presenti in sala, curiosi di conoscere il nuovo pastore della Chiesa di San Tiziano.
“Conoscevo questa diocesi per alcune frequentazioni, essendo originario da poco lontano (Battocchio è di Fellette di Romano d’Ezzelino ndr) – ha subito specificato – ma ora devo imparare ad abitarla, con le gambe, la mente e il cuore. Il mio tempo è ora dedicato a incontrare le persone, il presbiterio e le comunità”.
“Io poco social”. Organizzazione della diocesi: “In cammino con la Chiesa italiana”
“Non sono social, mi preoccupo di essere più socievole – ha scherzato il presule -. Il mio compito in questa realtà sarà promuovere, sostenere e animare coloro che in diocesi si occupano di informazione, fare in modo che ci sia una comunicazione di qualità. Non aspettatevi da me interventi sui social”. Battocchio ha comunque dimostrato di essere a conoscenza dei funzionamenti e delle conseguenze degli utilizzi dei nuovi media.


Negli ultimi tempi, soprattutto durante l’episcopato di monsignor Corrado Pizziolo, il territorio della diocesi di Vittorio Veneto è stato oggetto di una riorganizzazione a livello di parrocchie e foranie, con molti casi che vedono un unico parroco – ed eventualmente dei vicari e collaboratori – per ciascuna unità pastorale. Monsignor Battocchio ha assicurato che questo percorso andrà approfondito, anche perché riguarda strettamente il numero dei presbiteri, ridottosi sia per il calo demografico sia per la crescente secolarizzazione.
“Il criterio che seguiremo per il ripensamento della presenza dei presbiteri nel territorio – ha spiegato – è la possibilità che i cristiani si radunino per celebrare l’Eucaristia come incontro con la Parola in maniera consapevole e piena. In questo senso in cammino con la Chiesa italiana. Non ho ricette: ci vorrà del tempo, e sul modo concreto forse non basterà un episcopato”.
Sul referendum: “Il voto segno di partecipazione responsabile”
In vista del referendum dell’8 e 9 giugno, che pone alcuni quesiti su lavoro e cittadinanza, Battocchio ha detto di essere “sempre andato a votare, a qualsiasi consultazione”: “La mia tessera elettorale è piena di timbri – ha spiegato -. Lo ritengo il minimo di una partecipazione responsabile alla vita civile. Abbiamo avuto in eredità questa possibilità da qualcuno che ha sofferto molto per consegnare l’espressione del voto”.
“Come vescovo e formatore – ha proseguito -, mi sento di dire che ogni scelta deve essere fatta con consapevolezza, non per pigrizia, né per indifferenza della cosa pubblica, né per un ‘nobile distacco’, sapendo che ogni decisione ha conseguenze: l’invito è a valutare se le conseguenze sono in ordine del bene o rischiano di non aiutare la vita della comunità”. Rispetto alla dimensione politica, il vescovo ha detto di avere la consapevolezza di “vivere un tempo condizionato da un clima di polarizzazione”.
“Per parte mia – ha aggiunto – cercherò di sollecitare la comunità cristiana ad assumersi la responsabilità nei confronti delle scelte che incidono sulla vita comune. So che in diocesi ci sono realtà molto presenti nella comunità civile con un’istanza evangelica, e le iniziative della Pastorale sociale e del lavoro, come la Settimana sociale, qualità di cui sono molto contento, tra l’altro con il riferimento alla figura del Beato Giuseppe Toniolo, che ha molto da insegnare ai nostri tempi”.
Nessuno stemma, ma segretaria e motto
“Non ho uno stemma, non è necessario e rappresenta una forma di presentazione del vescovo con criteri diversi da quelli della Chiesa di oggi”. Monsignor Battocchio ha però mantenuto – oltre a una segretaria – il motto – “Gesù è la nostra pace” – che guida il suo ministero episcopale, accompagnato dall’immagine di un agnello.


Battocchio ha toccato anche i temi della gioventù in crisi di valori e scelte: “L’impegno da parte mia – ha detto – è innanzitutto l’impegno nella preghiera. Siamo in tempi di percezione maggiore della complessità”. In questo senso, il vescovo ha espresso l’auspicio di un sostegno “a leggere la complessità e a creare un clima che permetta non di non sbagliare, ma di essere aiutati quando si sbaglia, di essere corretti”.
(Autrice: Beatrice Zabotti)
(Foto: Beatrice Zabotti)
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