Chi percorre oggi le colline tra Col San Martino e il Piave vede solo vigneti e filari ordinati, quasi impossibile immaginare che, poco più di un secolo fa, su uno di questi dossi fosse piazzata una delle armi più imponenti del fronte: un obice austroungarico calibro 381 millimetri, capace di colpire obiettivi a quasi 15 chilometri di distanza.
A riportare alla luce questa storia è stata la passione per la ricerca storica di Ezio Tormena, insieme a Franco e Roberto De Biasi, che hanno indagato a fondo la presenza di quest’arma sulle alture farresi. Il loro lavoro è partito da una serie di fotografie recuperate grazie al collezionista Achille Moiola (archivio “Grande Guerra photo archive”): quattro immagini in bianco e nero, di cui solo due davvero utili per capire dove fosse stata scattata la scena. Sulla didascalia compariva la scritta “Valdobbiadene”, ma a chi conosce bene il territorio lo sfondo non tornava affatto.
I tre appassionati hanno così passato ore a confrontare libri, pagine web, diari in italiano e in tedesco, ma soprattutto a spostarsi fisicamente da un rilievo all’altro del Quartier del Piave, fino a trovare la chiave giusta: lo studio del profilo dei colli sullo sfondo delle immagini. Incrociando panorami reali e fotografie d’epoca, sono arrivati a individuare con precisione la piazzola da cui sparava l’obice: un’area defilata lungo via Canal Vecchio, oggi occupata da un vigneto a nord dell’attuale chiesetta di San Martino, nascosta alla vista e protetta dal tiro dell’artiglieria italiana sul Montello e sul Monte Sulder. Attorno alla posizione, all’epoca, si trovavano i ricoveri per il personale e una postazione di contraerea.
La collocazione non era casuale. Il grande obice poteva contare su almeno tre punti di osservazione – Colle di San Martino, Col Muliana e Monte Moncader – che permettevano di correggere il tiro sull’altra sponda del Piave. A questi si aggiungeva la presenza di un “draken”, un dirigibile militare ancorato non lontano dalla piazzola, utilizzato probabilmente per dirigere i colpi sugli obiettivi italiani nascosti nelle pieghe del terreno.
Un tassello importante viene anche da una testimonianza scritta di un parroco del Vittoriese, che nel maggio del 1918 racconta il passaggio in zona di alcuni “enormi obici da 38”. Le ricerche hanno permesso di riconoscere in quell’arma un Skoda M16, obice di grosso calibro con canna lunga sei metri e mezzo e 38 centimetri di diametro, progettato per l’esercito austroungarico. A trainarlo c’era una motrice d’artiglieria progettata dalla Porsche, un trattore in grado di spostare questa massa d’acciaio su strade difficili. L’obice utilizzava due diversi tipi di munizionamento e, per metterlo in batteria, si doveva scavare una buca di circa 50 metri quadrati; il caricamento avveniva tramite un paranco montato su una struttura di servizio. La differenza rispetto a un cannone tradizionale stava nella balistica: le traiettorie erano curve, ideali per colpire bersagli nascosti dietro rilievi e pendii, come avveniva lungo il fronte del Piave.
Secondo l’ipotesi di Tormena e dei fratelli De Biasi, quell’obice Skoda M16 da 381 sarebbe stato abbandonato in fretta in seguito a un ordine improvviso di ritirata. Le truppe invasori, costrette a spostarsi rapidamente probabilmente passando per Campea di Miane verso Follina, avrebbero lasciato la bocca da fuoco in prossimità di via Canal Vecchio, rendendola però inutilizzabile: l’otturatore venne rimosso o danneggiato, così che l’arma non potesse più sparare. Una fotografia scattata poche settimane dopo la ritirata mostra proprio un colpo inesploso appeso alla gru di carico, silenziosa testimonianza del lavoro interrotto di quella batteria.
Durante lo stesso lavoro di ricerca, confrontando cartine militari e documenti, è emersa la presenza di un secondo obice 381, collocato tra San Michele di Feletto e Parè di Conegliano. Alcune fonti lasciano intendere che, nel dopoguerra, una parte di questi pezzi pesanti sia stata catturata dagli italiani e riutilizzata durante la Seconda guerra mondiale. Oggi, di questa famiglia di obici giganteschi, nel mondo ne restano esposti al pubblico soltanto due esemplari, conservati rispettivamente a Vienna e a Bucarest.
La storia dell’arma di Col San Martino è diventata ancora più suggestiva quando le sue caratteristiche sono state messe in relazione con una granata rimasta a lungo sepolta nel greto del Piave. Il 7 febbraio dell’anno precedente, a Moriago della Battaglia, gli artificieri hanno fatto brillare un proiettile inesploso recuperato dal fiume. Analizzando calibro (38 centimetri), raggio d’azione e tipo di munizionamento, Tormena e i suoi compagni di ricerca hanno trovato una corrispondenza significativa con i dati dello Skoda M16 di Col San Martino: è molto probabile che proprio quell’obice abbia sparato, oltre un secolo fa, la granata esplosa nel 2020 sul Piave, trasformando quell’intervento di bonifica nell’ultimo “saluto” del grande pezzo d’artiglieria nascosto tra le colline farresi.
Chi desidera approfondire questa pagina di storia locale, visitando i luoghi della Prima guerra mondiale tra le vigne di Col San Martino, può seguire il lavoro di Ezio Tormena anche online: l’appassionato farrese annota e aggiorna i dettagli delle sue scoperte sul blog “guerra sul fronte del Piave”, punto di partenza ideale per chi vuole affiancare alle escursioni tra i filari una conoscenza più consapevole di ciò che accadeva su questi colli durante il conflitto. Il paesaggio che oggi sa di Prosecco e di turismo lento conserva così, sotto la superficie, anche la memoria di un obice da 381 millimetri che, per qualche mese, fece di Col San Martino una delle postazioni d’artiglieria più imponenti del fronte.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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