A Col San Martino, lungo l’antico tracciato dell’“el Canal Novo” che collega Farra di Soligo, Miane e Valdobbiadene, c’è un’osteria dove il tempo sembra essersi fermato. È l’Osteria “Da Botton”, la più antica del Comune, l’unica osteria de ’na olta sopravvissuta alle mode e allo scorrere degli anni. A tenerla viva oggi è lo sguardo discreto di Angela Pederiva, ostessa di poche parole, ma capace di raccontare con un sorriso l’amore per il luogo in cui è nata e per questo piccolo mondo che resiste, testimone di tante osterie ormai scomparse.


La storia di Da Botton comincia nel 1953 e affonda le radici nella vicenda personale di Ettore Pederiva, classe 1921. Nel 1943 una bomba gli portò via una mano, cambiando per sempre il suo destino. Qualche anno dopo, il Ministero della Guerra lo mise di fronte a un bivio: scegliere un posto da postino o una licenza per aprire un’osteria. Ettore non ebbe esitazioni e trasformò la sua piccola “frasca” in una vera osteria con cucina, specializzata in vino buono e pollo in umido. Da quella decisione, maturata dopo una disgrazia, è nata una storia che da quasi settant’anni dà lustro a Col San Martino.
Anche il soprannome di famiglia ha la sua leggenda. “Botton” – racconta Angela – potrebbe derivare dalla grande botte di legno, il botton, dove un tempo si conservava il vino. Un’altra versione, più curiosa, richiama invece il fratello maggiore di suo padre: un neonato di sei chili, talmente tondo e massiccio da ricordare proprio un botton. Due immagini diverse, entrambe legate al vino e alla concretezza della vita contadina.
Varcata la porta dell’osteria, si entra in un ambiente che altrove è difficile trovare. Dal 2015 le travi a vista del soffitto riportano alla luce l’anima originaria del locale; all’ingresso resiste l’antico tavolino, unico pezzo d’arredo presente fin dagli esordi. In fondo alla sala un tavolo conserva ancora la morsa di una volta, mentre sopra la porta d’ingresso campeggia il segnapunti del gioco delle bocce, memoria dei tornei che riempivano il campo accanto, come succedeva nelle osterie oggi chiuse “Da Bicerin” di Posmon e “Da Piero Brondo” di Guissin.


Alzando lo sguardo si nota una vecchia scala di legno sospesa al soffitto, alla quale Angela ha legato, in maniera scenografica, alcuni libri: un’installazione semplice che racconta la fantasia dell’ostessa. Su una parete spicca la gigantografia in porcellana dei quattro assi delle carte trevisane; in fondo alla sala, una porta conserva ancora il chiavistello delle stalle di una volta. Tutti questi dettagli compongono una vera immersione negli anni Cinquanta, capace di sorprendere chi entra per la prima volta e si ritrova in un’osteria che profuma di legno, memoria e vino.
Le tradizioni di casa Botton passano anche per la cucina di un tempo. Angela ricorda i giorni in cui qui si uccideva il maiale e si preparavano gli insaccati. Il rito del “copàr e far su el porzhel” era un appuntamento di comunità a cui nessuno voleva mancare: il locale si riempiva, si lavorava insieme e si festeggiava, in un intreccio di gesti antichi che oggi rivivono nei racconti degli anziani e nei sapori che l’osteria continua a proporre.
Ancora oggi Da Botton è un punto di riferimento per chi cerca un’atmosfera autentica. Nel piccolo spazio affacciato sulla strada arrivano clienti da fuori provincia e fuori regione, attirati da un mondo dal sapore antico dove si viene per bere un bicchiere, mangiare qualcosa di semplice e parlare d’affari. Qui vale ancora un vecchio detto: “co un goto in tòla e a stomégo pien se ragiona mejo de schei e de tera”, perché davanti a un buon vino e a un piatto caldo anche le questioni più complicate trovano la loro via.


Per molto tempo, però, quella porta è stata quasi un confine invalicabile per le donne. L’osteria era considerata un piccolo pantheon maschile, una sorta di tempio di Dioniso dove potevano entrare solo uomini: mariti, fratelli, amici. Una contraddizione evidente, se si pensa che l’anima dell’osteria è sempre stata profondamente femminile, retta dalla moglie e dalla sorella di Ettore e oggi da Angela. Solo le clienti da fuori, le “foreste” che non conoscevano le consuetudini locali, entravano con naturalezza, suscitando stupore e un po’ di imbarazzo nei presenti.
La storica osteria di Col San Martino, probabilmente una delle più antiche della zona, conserva ancora molti segreti da scoprire a piccoli sorsi, come farebbe un appassionato di vino con i profumi più nascosti e inimitabili di un calice. Ognuno, varcando quella soglia, può costruirsi un proprio racconto: per qualcuno sarà il piacere di ritrovare i sapori di casa, per altri la curiosità di immergersi in un frammento di passato rimasto intatto. Per molti, come per chi l’ha descritta per la prima volta, entrare nel mondo dei Botton rischia di trasformarsi in un vero colpo di fulmine.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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