C’è un video che ha fatto il giro del mondo, visto milioni di volte, e che racconta qualcosa di profondo sulla natura della giustizia.
Due scimmie cappuccine siedono fianco a fianco in due gabbie trasparenti. Entrambe devono compiere lo stesso compito semplicissimo; riconsegnare un sassolino a una ricercatrice in cambio di un pezzetto di cibo. Quando entrambe ricevono cetriolo, tutto fila liscio; sono felici di ripetere lo scambio venticinque volte di fila, senza protestare. Ma quando una delle due vede che la compagna, per lo stesso identico lavoro, riceve un chicco d’uva — un cibo enormemente più gradito — tutto cambia. La scimmia che continua a ricevere cetriolo prima esita, poi rifiuta il cibo, lo lancia contro la parete della gabbia, batte le mani sul pavimento. È una scena che chiunque abbia mai avuto un collega pagato più di sé riconosce immediatamente; una protesta viscerale contro l’ingiustizia. Il video di quell’esperimento, estratto dal TED Talk di de Waal “Moral Behavior in Animals”, ha superato i dieci milioni di visualizzazioni ed è diventato uno dei documenti scientifici più condivisi della rete.
Quell’esperimento, pubblicato sulla rivista Nature nel 2003 con il titolo provocatorio “Monkeys Reject Unequal Pay”, è un paper di Sarah Brosnan e Frans de Waal, il primatologo olandese-americano che ha dedicato l’intera carriera a demolire il muro che la scienza aveva eretto fra la vita emotiva degli esseri umani e quella degli altri animali. De Waal, scomparso nel marzo 2024 all’età di settantacinque anni, ha lasciato un’eredità intellettuale immensa; l’idea che la moralità non sia un’invenzione culturale recente, ma affondi le radici in milioni di anni di evoluzione sociale condivisa con le altre specie.
Per capire la portata di questa intuizione bisogna ricordare il clima scientifico in cui de Waal iniziò a lavorare. Negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, gli etologi erano formati a non attribuire mai emozioni o intenzioni agli animali. Parlare di “riconciliazione” fra due scimpanzé dopo un litigio era considerato un errore metodologico, quasi un’eresia. I comportamenti andavano descritti in termini asettici e tecnici; non “riconciliazione”, ma “contatto affiliativo post-conflitto”.
De Waal, osservando le dinamiche di potere nella colonia di scimpanzé dello zoo di Arnhem, in Olanda, scelse deliberatamente di usare parole umane per descrivere comportamenti che gli apparivano inequivocabilmente umani. Quella scelta linguistica non era ingenuità, era una dichiarazione di principio; se il comportamento è lo stesso, perché dovremmo inventare un vocabolario diverso solo per mantenere l’illusione della nostra unicità?
L’esperimento del cetriolo e dell’uva non nacque in un laboratorio asettico, ma dall’osservazione quotidiana. Brosnan stava dando da mangiare alle scimmie cappuccine al Centro di Ricerca sui Primati della Yerkes, presso la Emory University, quando il maschio dominante Ozzie le offrì spontaneamente un pezzo di arancia — un cibo normalmente più pregiato delle arachidi — pur di ottenere un’arachide come tutti gli altri. Perché rinunciare a qualcosa di meglio? L’unica spiegazione plausibile era che Ozzie stava confrontando ciò che aveva con ciò che avevano gli altri, e quel confronto contava più del valore assoluto del cibo. Da quell’intuizione nacque un protocollo sperimentale rigoroso che avrebbe cambiato la nostra comprensione della mente animale.
I numeri erano inequivocabili. Quando entrambe le scimmie ricevevano cetriolo, il rifiuto del cibo avveniva solo nel cinque per cento dei casi. Ma quando la compagna riceveva un chicco d’uva per lo stesso compito, i rifiuti salivano al cinquanta per cento. E se la compagna otteneva l’uva addirittura senza fare nulla, senza nemmeno restituire il sassolino, la protesta diventava ancora più intensa. Non si trattava di semplice invidia per un cibo migliore; la reazione era specificamente legata al confronto sociale, alla percezione che lo stesso sforzo stava producendo ricompense diverse.
De Waal amava raccontare la reazione del mondo accademico a questi risultati. Un filosofo scrisse ai ricercatori sostenendo che era impossibile che le scimmie avessero un senso di equità, perché l’equità era stata inventata durante la Rivoluzione francese. De Waal vedeva in questa obiezione tutto ciò che c’era di sbagliato nel modo in cui pensiamo alla moralità; l’idea che essa sia un prodotto della ragione, un’invenzione culturale trasmessa dall’alto verso il basso, da qualche pensatore illuminato al resto dell’umanità. I suoi dati raccontavano una storia opposta. Bambini di due anni mostrano già un senso dell’equità, esattamente come le scimmie cappuccine. Il sentimento viene prima del ragionamento; è un processo emotivo, non intellettuale.
Prima sentiamo che qualcosa è ingiusto, poi cerchiamo le parole per spiegare perché.
La cosa forse più sorprendente è ciò che accade quando l’esperimento viene ripetuto con gli scimpanzé, i nostri parenti più stretti. Nelle scimmie cappuccine, la protesta è solo di chi riceve meno; chi ottiene l’uva se la mangia tranquillamente. Ma fra gli scimpanzé de Waal e Brosnan osservarono qualcosa di radicalmente diverso; in alcuni casi, lo scimpanzé che riceveva l’uva rifiutava di mangiarla finché anche il compagno non avesse ottenuto lo stesso premio. Questo comportamento rappresenta un livello di sensibilità morale molto più complesso. Non si tratta più solo di protestare quando si riceve meno, ma di rinunciare a un vantaggio personale in nome dell’equità. È la differenza fra chi si lamenta del proprio stipendio e chi rifiuta un aumento finché anche i colleghi non vengano trattati equamente.
De Waal distingueva con cura questi diversi livelli. L’avversione all’ineguaglianza di primo ordine — protestare quando si riceve meno — è diffusa in molte specie cooperative; è stata documentata nei cani, nei corvi, in diverse specie di primati. L’avversione di secondo ordine — rifiutare un vantaggio ingiusto — sembra più rara ed è stata osservata con certezza solo nelle grandi scimmie antropomorfe. Questa gradazione suggerisce che il senso della giustizia si è evoluto per gradi, seguendo la complessità delle relazioni sociali di ciascuna specie.
E qui emerge il cuore della teoria di de Waal; il senso dell’equità non è un lusso filosofico, ma uno strumento pratico per la cooperazione. Le specie che hanno bisogno di collaborare con partner non imparentati — per cacciare insieme, difendere il territorio, condividere risorse — necessitano di meccanismi per monitorare che la distribuzione dei benefici sia proporzionale agli sforzi. Se un individuo viene sistematicamente svantaggiato, smetterà di cooperare, e la coalizione si dissolverà. La protesta della scimmia che lancia il cetriolo non è un capriccio; è un segnale sociale potentissimo che comunica al partner e al gruppo che quel tipo di distribuzione non è accettabile.
Non a caso, de Waal notava che nelle specie solitarie, come il gatto domestico, questi comportamenti non si trovano. Il gatto, cacciatore solitario per eccellenza, non ha bisogno di monitorare l’equità delle relazioni sociali perché non dipende dalla cooperazione per sopravvivere. De Waal, grande amante dei gatti, ammetteva con il suo caratteristico umorismo asciutto di essere ancora in attesa del “momento magico” in cui un felino avrebbe mostrato segni di avversione all’ineguaglianza.
I dati sugli elefanti sono altrettanto eloquenti. In un esperimento condotto in Thailandia presso il Thai Elephant Conservation Center, il ricercatore Joshua Plotnik, sotto la supervisione di de Waal, adattò ai pachidermi un compito di cooperazione già usato con gli scimpanzé. Due elefanti asiatici dovevano tirare simultaneamente le due estremità di una stessa corda per far scorrere verso di sé un tavolo con del cibo. Se uno solo dei due tirava, la corda si sfilava e nessuno otteneva nulla. Gli elefanti impararono rapidamente che senza il partner il compito era impossibile; quando uno dei due veniva rilasciato con un ritardo di alcuni secondi, l’altro aspettava pazientemente all’estremità della corda senza tirare, dimostrando di comprendere la natura collaborativa del compito.
La cosa più sorprendente fu il comportamento di un’elefantessa che escogitò una scorciatoia geniale; si piazzò con la zampa sulla propria estremità della corda, bloccandola, e lasciò che fosse la compagna a fare tutto il lavoro di trazione. Era un atto di furbizia sociale, certo, ma anche la prova di una comprensione profonda del meccanismo cooperativo — e forse, in controluce, di quanto sia sottile il confine fra cooperazione e sfruttamento in qualsiasi società.
Ma l’equità è solo uno dei tasselli del mosaico morale che de Waal ha pazientemente ricostruito nel corso della sua carriera. In libri come Good Natured e L’ultimo abbraccio di Mama, ha documentato empatia, gratitudine, riconciliazione, consolazione e persino perdono in specie diverse, dai primati agli elefanti, dai delfini ai canidi. Il suo lavoro sui bonobo è stato particolarmente rivelatore. Questi primati, parenti stretti degli scimpanzé ma profondamente diversi nel comportamento, risolvono i conflitti attraverso l’affetto anziché l’aggressione, e mostrano una tolleranza verso gli estranei che sfida l’immagine darwiniana classica di una natura “rossa di zanne e artigli”. La scoperta che le relazioni fra bonobo sono fondate sulla cooperazione più che sulla dominanza ha rappresentato un cambio di paradigma nella comprensione del comportamento animale.
De Waal era sempre attento a non cadere nell’eccesso opposto, nell’antropomorfismo ingenuo. Riconosceva che la moralità umana è unica per un aspetto fondamentale; la capacità di astrazione e di imparzialità. Un essere umano può giudicare ingiusta una situazione che non lo riguarda direttamente, può formulare principi generali di giustizia applicabili a tutti i membri della comunità, può usare il linguaggio per stabilire norme condivise. Uno scimpanzé, per quanto sofisticato, probabilmente non possiede un concetto astratto di equità applicabile a situazioni che non lo coinvolgono. Ma de Waal insisteva sul fatto che questa differenza è di grado, non di natura. Gli ingredienti fondamentali della moralità — l’empatia, la reciprocità, il senso delle regole sociali, la capacità di riconciliazione — sono presenti in forma riconoscibile in molte altre specie. Noi non abbiamo inventato la moralità dal nulla; l’abbiamo ereditata, raffinata e portata a un livello di complessità senza precedenti, ma le fondamenta erano già lì, depositate da milioni di anni di vita sociale.
La lezione più profonda del lavoro di Frans de Waal non riguarda solo gli animali, ma noi stessi. Se il senso della giustizia è così antico, così radicato nella biologia dei mammiferi sociali, allora non è un sottile strato di vernice culturale che ricopre una natura fondamentalmente egoista e brutale. De Waal ha combattuto per tutta la vita contro quella che chiamava “teoria della patina”; l’idea che la moralità sia solo una fragile facciata sotto la quale si nasconde il vero volto bestiale dell’umanità. I suoi animali raccontavano una storia diversa. La scimmia cappuccina che lancia il cetriolo, lo scimpanzé che rifiuta l’uva per solidarietà, il bonobo che consola un compagno dopo un conflitto; tutti ci dicono che la spinta verso l’equità e la compassione non è un’eccezione nella natura, ma una delle sue correnti più profonde e antiche.
(Autore: Paola Peresin)
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