Bestiario musicale, quando Mozart incontra i primati

«Pensaci; mai un suono prodotto dall’uomo… e poi Mozart!» Nella savana africana, Denys Finch Hatton fa risuonare il grammofono portato nel cuore della natura selvaggia. Le note di Mozart si diffondono nella radura mentre alcune scimmie, incuriosite o forse turbate, osservano da lontano. La scena de “La mia Africa” (Sydney Pollack, 1985) cattura un momento di straordinaria bellezza e ambiguità; è un gesto romantico che celebra il potere dell’arte di attraversare confini e mondi, oppure rivela l’ingenuità umana nel credere che la musica sia un linguaggio universale? Quelle scimmie percepiscono davvero qualcosa di ciò che per noi è Mozart, o rimangono semplicemente sconcertate da suoni estranei al loro universo acustico? La musica è una prerogativa esclusivamente umana, o affonda le sue radici in capacità cognitive più antiche, condivise con altri primati? E se gli animali potessero percepire il ritmo, cosa ci rivelerebbe questo sulle origini evolutive della nostra stessa musicalità?

Per decenni, queste domande hanno alimentato un dibattito scientifico acceso. La cosiddetta “ipotesi del vocal learning” aveva fornito una risposta apparentemente solida; solo le specie capaci di apprendimento vocale complesso—esseri umani, uccelli canori, alcuni mammiferi marini—possederebbero la capacità innata di percepire e sincronizzarsi spontaneamente al ritmo musicale. Secondo questa teoria, l’abilità di coordinare i movimenti con la musica sarebbe un sottoprodotto evolutivo delle complesse connessioni neurali necessarie per imparare e produrre sequenze vocali articolate. I primati non umani, inclusi i nostri parenti più stretti, ne sarebbero quindi esclusi; i macachi, ad esempio, pur condividendo con noi anatomia cerebrale e sistemi motori simili, non sono vocal learners e quando tentano di sincronizzare i movimenti con un metronomo tendono naturalmente a produrre battiti in ritardo rispetto agli stimoli acustici, una caratteristica che sembra confermare la loro estraneità alla dimensione musicale.

Ma ora, uno studio pubblicato su Science ribalta questa prospettiva. I ricercatori del laboratorio di Hugo Merchant all’Università Nazionale Autonoma del Messico hanno dimostrato che due macachi maschi adulti, opportunamente addestrati, non solo riescono a sincronizzare i loro movimenti con il ritmo di brani musicali reali, ma lo fanno spontaneamente, scegliendo attivamente questa strategia anche quando potrebbero ottenere le stesse ricompense ignorando completamente la musica. Non si tratta di una semplice risposta meccanica a stimoli acustici, ma di una vera e propria percezione del beat soggettivo—quel battito regolare che noi esseri umani estraiamo istintivamente da un flusso sonoro continuo e mai perfettamente ripetitivo come la musica vera.

Gli esperimenti hanno utilizzato tre approcci complementari. Nel primo, i macachi dovevano produrre battiti con intervalli costanti mentre ascoltavano brani musicali a tempi diversi. Crucialmente, non veniva mai richiesta una fase specifica di sincronizzazione—eppure entrambi gli animali svilupparono spontaneamente una fase coerente per tutti i brani. Per escludere che stessero semplicemente seguendo un segnale visivo, i ricercatori hanno sfasato i segnali rispetto alla musica: le distribuzioni di fase sono risultate significativamente diverse, confermando che i macachi si sincronizzavano davvero al suono.

Nel secondo esperimento, versioni “rimescolate” degli stessi brani (prive di struttura ritmica ma con lo stesso spettro di frequenze) venivano alternate agli originali. Risultato: i macachi sceglievano attivamente di sincronizzarsi solo quando la musica manteneva la sua organizzazione temporale intatta, ignorando invece gli stimoli scrambled.

L’esperimento più sorprendente prevedeva completa libertà: i macachi potevano battere a qualsiasi tempo desiderassero. Anche senza alcun vantaggio nel farlo, mostravano una spontanea tendenza a battere al tempo “corretto” dei brani, come se la musica fornisse un’ancora percettiva che facilitava la precisione motoria.

È importante sottolineare che questa capacità non emerge naturalmente nei macachi come negli esseri umani. Gli animali hanno richiesto addestramento estensivo basato su ricompense e hanno trovato il compito faticoso, a differenza dei volontari umani che hanno eseguito gli stessi esperimenti senza alcun addestramento. Inoltre, i macachi hanno mostrato una variabilità di fase maggiore rispetto agli umani nella maggior parte delle condizioni, suggerendo limiti nella chiarezza della percezione o nella precisione della sincronizzazione. Tuttavia, per il brano con ritmo più ambiguo, la variabilità era comparabile tra le due specie, indicando che i macachi potrebbero essere limitati in modo simile agli umani quando il beat è meno saliente.

Cosa ci dice tutto questo sulle origini evolutive della musicalità umana? I risultati contraddicono direttamente l’ipotesi del vocal learning nella sua formulazione più rigida, dimostrando che una specie priva di apprendimento vocale complesso può comunque sviluppare capacità sofisticate di percezione e sincronizzazione al ritmo musicale. Gli autori propongono un modello alternativo chiamato “ipotesi delle quattro componenti” (4Cs): secondo questa visione, la percezione e sincronizzazione al beat musicale non sarebbe una capacità binaria (presente o assente) ma piuttosto un continuum sul quale diverse specie possono collocarsi in base alla loro capacità di coordinare quattro processi generali. Il primo è il rilevamento di pattern uditivi—la capacità di estrarre regolarità temporali da segnali acustici complessi, un’abilità ben documentata nei primati. Il secondo è la predizione—la proiezione in avanti di questi pattern per anticipare eventi futuri, anch’essa ampiamente presente nel regno animale. Il terzo è il feedback audio-motorio—l’uso dell’informazione sensoriale per temporizzare le azioni motorie in anticipazione di eventi sonori futuri. Infine, il quarto elemento cruciale è la capacità di coordinare questi processi attraverso l’associazione con ricompense, intrinsecamente o attraverso condizionamento.

Nel caso dei macachi, i dati suggeriscono che questi quattro elementi possono essere coordinati attraverso addestramento basato su ricompense esterne, permettendo l’emergere di una forma genuina—seppur non spontanea—di percezione e sincronizzazione musicale. Negli esseri umani e forse negli uccelli canori, la coordinazione audio-motoria potrebbe essere intrinsecamente gratificante, spiegando perché dedichiamo volontariamente migliaia di ore all’apprendimento di strumenti musicali. Uno studio precedente di risonanza magnetica funzionale aveva già mostrato che quando i macachi imparavano a produrre sequenze melodiche su un “pianoforte per scimmie”, le melodie apprese attivavano non solo le regioni uditive ma anche la corteccia motoria e il putamen—strutture coinvolte anche nell’elaborazione del ritmo musicale negli umani—mentre melodie non familiari attivavano solo le aree uditive. Questo suggerisce che l’addestramento possa creare nuove connessioni funzionali tra sistemi uditivi, motori e di ricompensa.

La differenza fondamentale potrebbe quindi risiedere nella connettività funzionale innata tra circuiti uditivi, motori e del reward: nelle specie con vocal learning questa connettività sarebbe presente fin dalla nascita o emergerebbe precocemente nello sviluppo, rendendo la sincronizzazione audio-motoria intrinsecamente piacevole e quindi spontanea. In altre specie, gli stessi circuiti potrebbero esistere ma rimanere funzionalmente disconnessi fino a quando l’associazione con ricompense esterne non costruisce gradualmente questi ponti neurali. Un’affascinante predizione di questa ipotesi è che macachi addestrati alla sincronizzazione potrebbero mostrare attivazione delle aree della ricompensa (come il nucleo accumbens o l’area tegmentale ventrale) anche per musica mai sentita prima, suggerendo che il condizionamento può effettivamente conferire un certo grado di ricompensa intrinseca all’esperienza musicale.

Le implicazioni vanno ben oltre la comprensione della musicalità animale. Stabilendo il macaco come modello per studiare la percezione del beat musicale, questa ricerca apre la porta a indagini neurofisiologiche di dettaglio senza precedenti. Registrazioni extracellulari in macachi svegli e comportanti stanno già rivelando le dinamiche neurali che sottendono la sincronizzazione predittiva ai metronomi, permettendo confronti diretti con la fisiologia umana e colmando lacune critiche nella nostra comprensione neurobiologica ed evolutiva. Ora, questi stessi approcci potranno essere estesi allo studio della musica vera, con tutta la sua complessità e ambiguità.

Forse, allora, quelle scimmie nella radura africana di fronte al grammofono di Denys non erano così estranee a Mozart quanto potremmo pensare. Non sappiamo se percepissero bellezza o struttura in quei suoni—probabilmente no, senza il contesto culturale e l’addestramento che rendono Mozart significativo per noi. Ma la ricerca suggerisce che i mattoni cognitivi per comprendere il ritmo potrebbero essere presenti, dormienti, in attesa che il contesto giusto—che sia l’associazione con ricompense in laboratorio o chissà quale altra pressione evolutiva—li attivi e li connetta. La musicalità umana potrebbe non essere un dono unico caduto dal cielo evolutivo, ma piuttosto l’espressione particolarmente raffinata di capacità cognitive più antiche e più ampiamente condivise di quanto la teoria del vocal learning ci avesse fatto credere, capacità che in noi hanno trovato terreno fertile per fiorire spontaneamente ma che in altri primati rimangono potenziali, in attesa delle giuste condizioni per manifestarsi.

In questa prospettiva, la scena del film acquista una sfumatura diversa: non è tanto l’ingenuità romantica di chi crede in un linguaggio universale dell’arte, quanto piuttosto l’intuizione—forse involontaria—che tra noi e quelle scimmie la distanza potrebbe essere minore di quanto appaia, che il ritmo e la struttura temporale potrebbero risuonare, sia pure debolmente, anche in cervelli molto diversi dal nostro. Mozart nella savana rimane un gesto umano, carico di significati che appartengono solo a noi. Ma forse il suono, nella sua essenza più elementare di pattern temporale organizzato, attraversa davvero confini più profondi di quanto pensassimo, toccando corde cognitive che si estendono indietro nel tempo evolutivo, verso antenati comuni che già possedevano, in forma primordiale, i semi di ciò che sarebbe diventato la nostra musica.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Wikipedia)
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