Ancora una volta mi sono trovata nel mezzo della solita diatriba manichea: caccia sì, caccia no. Un dibattito in cui tradizioni, storia, scienza e valori si mescolano fino a confondersi, e in cui troppo spesso si fa cherry picking delle fonti scientifiche, citando solo ciò che conviene.
Proviamo a fare ordine.
La caccia (prelievo venatorio) è prima di tutto un’attività ricreativa: si pratica per passione, tradizione, svago. Tutti obiettivi che riguardano noi, la nostra specie. Quando allarghiamo l’orizzonte degli obiettivi, da noi stessi al resto del mondo, nulla impedisce a un’attività ricreativa di diventare uno strumento utile alla conservazione, ma il passaggio dall’una all’altra è tutt’altro che automatico.
Richiede innanzitutto che i piani di abbattimento siano costruiti su parametri biologici solidi – censimenti, dinamiche di popolazione, soglie di prelievo sostenibile – e che questi parametri vengano rispettati. La caccia ricreativa quindi può diventare uno strumento di conservazione. Questa affermazione, che a molti suonerà controintuitiva se non provocatoria, trova in realtà un certo sostegno nella letteratura scientifica. E quando parliamo di sostenibilità, come sempre in questa rubrica, non ci riferiamo a un principio etico o a un ideale astratto, ma a qualcosa che si misura: tassi di prelievo, dinamiche di popolazione, dati verificabili. Obiettivi faunistici chiari e risultati che vi convergano. La domanda non è se la caccia sia giusta o sbagliata, ma se i numeri tornino. Il problema, semmai, è un altro: che le condizioni necessarie affinché il prelievo venatorio produca effettivamente benefici per la fauna selvatica esistano più sulla carta che nella realtà.
Partiamo da ciò che la scienza riconosce come plausibile. Un articolo pubblicato nel 2025 sull’European Journal of Wildlife Research lo afferma con chiarezza: la caccia ricreativa, quando guidata da principi scientifici e dati affidabili, può costituire una pratica sostenibile e contribuire positivamente alla gestione della fauna (che non è il prelievo venatorio!) e alla conservazione degli ecosistemi. Non si tratta di una posizione isolata. Uno studio apparso su Ecology Letters nel 2022 ha dimostrato come un prelievo moderato possa persino stabilizzare le dinamiche di popolazione, proteggendo alcune specie dagli effetti degli eventi climatici estremi. Il meccanismo è elegante nella sua semplicità: riducendo la densità degli individui, si attenua la competizione per le risorse alimentari, e gli animali che sopravvivono alla stagione venatoria affrontano l’inverno in condizioni migliori.
A questo si aggiunge l’argomento economico, particolarmente rilevante in contesti dove la fauna selvatica non ha altro valore di mercato. In Africa subsahariana, la caccia al trofeo genera entrate che, almeno in teoria, dovrebbero finanziare la conservazione e incentivare la tutela degli habitat. Il caso del rinoceronte bianco sudafricano viene citato come esempio paradigmatico: quando la caccia fu legalizzata nel 1968, la popolazione contava circa mille individui; l’incentivo economico spinse i proprietari terrieri a reintrodurre e allevare la specie, che oggi supera i diciottomila esemplari. Un successo innegabile, almeno nei numeri.
Il quadro, tuttavia, si complica non appena si passa dai principi teorici alla loro applicazione. Una revisione sistematica pubblicata su One Earth nel 2021, che ha analizzato oltre mille articoli scientifici sulla caccia ricreativa prodotti in quasi settant’anni di ricerca, giunge a una conclusione scomoda: mancano ancora evidenze sufficienti per rispondere alle domande più pressanti, ovvero dove e come la caccia contribuisca effettivamente a sforzi di conservazione reali e sostenibili. In altre parole, sappiamo molto sull’ecologia delle specie cacciate, ma sappiamo poco su cosa succede quando i modelli gestionali incontrano la realtà delle istituzioni, delle comunità locali, degli interessi economici.
Il punto è che la sostenibilità della caccia non è una proprietà intrinseca dell’attività venatoria, ma il risultato di un sistema regolatorio che funziona. Alcuni ricercatori lo hanno sottolineato con forza: sono stati i sistemi di regolamentazione, non la caccia in sé, a salvare molte popolazioni dall’estinzione tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La distinzione può sembrare sottile, ma ha implicazioni profonde. Attribuire il merito alla caccia anziché alle regole che la governano significa confondere la causa con l’effetto e, potenzialmente, legittimare pratiche che di sostenibile hanno solo il nome.
E qui emergono le criticità. Perché la caccia sia sostenibile servono censimenti rigorosi delle popolazioni, quote di prelievo calibrate sui dati demografici, controlli efficaci sul rispetto delle norme, trasparenza nella gestione dei fondi. Servono, in sostanza, istituzioni che funzionano. Ma quanto spesso queste condizioni si verificano? Uno studio condotto in Zimbabwe ha rilevato che le quote di abbattimento non sempre si basano su dati scientifici solidi, ma su opinioni soggettive e processi decisionali opachi. In alcune aree, l’uso di quote fisse incentiva il prelievo di individui giovani o in età riproduttiva, compromettendo la vitalità delle popolazioni nel lungo periodo. La corruzione fa il resto: in diversi paesi africani, le entrate della caccia al trofeo non raggiungono mai gli obiettivi di conservazione dichiarati.
Il contesto italiano offre un esempio diverso ma non meno istruttivo. Le popolazioni di ungulati sono in costante crescita da decenni, con il cinghiale che ha superato i due milioni di individui generando danni enormi all’agricoltura e rischi per la sicurezza stradale. La caccia di selezione è riconosciuta come strumento di gestione, e l’ISPRA fornisce linee guida scientifiche per la definizione dei piani di prelievo. Eppure, esperti del settore hanno denunciato come queste linee guida vengano sistematicamente disattese da alcune Regioni, che autorizzano prelievi superiori a quanto ritenuto sostenibile dall’Istituto. La biologia della conservazione insegna che l’ampliamento del prelievo venatorio, in assenza di dati solidi sulle popolazioni, non è uno strumento di gestione faunistica efficace e può produrre impatti ambientali difficili da invertire. Sto scrivendo di principi ecologici elementari, non di fisica teorica.
C’è poi la questione degli effetti a cascata sull’ecosistema. Uno studio pubblicato su Communications Biology nel 2019 ha confrontato aree soggette a caccia intensiva con aree caratterizzate da degrado dell’habitat nel Sud-est asiatico, riscontrando tassi di estinzione funzionale più elevati nelle aree cacciate. La rimozione eccessiva di animali frugivori compromette la dispersione dei semi, aumentando il rischio di estinzione locale di specie arboree che dipendono da quei dispersori. L’ecosistema, insomma, è un sistema interconnesso, e gli effetti di un prelievo mal calibrato si propagano ben oltre le specie direttamente cacciate.
Tutto questo non significa che la caccia non possa mai essere sostenibile. Significa, piuttosto, che le condizioni necessarie affinché lo sia sono stringenti e raramente soddisfatte nella loro interezza. Il modello nordamericano, spesso citato come esempio di successo, ha prodotto risultati impressionanti per alcune specie di interesse venatorio, ma il novanta per cento dei fondi generati sostiene solo il dieci per cento delle specie, prevalentemente ungulati e grandi carnivori. È un successo parziale, che lascia scoperta la gran parte della biodiversità.
Gli stessi sostenitori della caccia come strumento di conservazione riconoscono che il suo futuro dipende dalla capacità di diventare pienamente sostenibile, socialmente accettata e basata sulla gestione adattativa. Ma questa è, appunto, una condizione futura, un obiettivo da raggiungere, non una realtà già esistente. E la distanza tra il principio e la pratica, tra il modello teorico e la sua implementazione, rimane il nodo irrisolto di tutto il dibattito.
La scienza, in definitiva, ci dice che la caccia ricreativa potrebbe essere compatibile con la conservazione, e in alcuni casi specifici probabilmente lo è. Ma ci dice anche che i metodi comunemente usati per valutare la sostenibilità del prelievo venatorio hanno prestazioni scarse e rimangono in uso nonostante i loro limiti. Ci dice che le evidenze a supporto di un beneficio netto della caccia per le specie cacciate sono deboli. Ci dice che dove mancano istituzioni solide, dati affidabili e controlli efficaci, il prelievo venatorio rischia di trasformarsi nel suo opposto, una minaccia anziché una risorsa per la fauna selvatica.
Forse la domanda da porsi non è se la caccia possa essere sostenibile in astratto, ma se lo sia concretamente, qui e ora, nei contesti specifici in cui viene praticata. E su questo, la risposta della scienza è molto più cauta di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.
Se volete approfondire
Carranza J. et al. (2025). The challenge of science in the face of polarization around recreational hunting. European Journal of Wildlife Research. https://link.springer.com/article/10.1007/s10344-025-01983-8
Peeters B. et al. (2022). Harvesting can stabilize population fluctuations and buffer the impacts of extreme climatic events. Ecology Letters, 25(4), 814-826. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ele.13963
Booth H. et al. (2021). Consequences of recreational hunting for biodiversity conservation and livelihoods. One Earth, 4(2), 238-253. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2590332221000609
Treves A. et al. (2019). Differentiating between regulation and hunting as conservation interventions. Conservation Biology, 33(2), 472-475. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7379586/
Matipano G. et al. (2016). Trophy Hunting and Sustainability: Temporal Dynamics in Trophy Quality and Harvesting Patterns in a Tropical Semi-Arid Savanna Ecosystem. PLOS ONE. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5063477/
Tilker A. et al. (2019). Habitat degradation and indiscriminate hunting differentially impact faunal communities in the Southeast Asian tropical biodiversity hotspot. Communications Biology, 2, 396. https://www.nature.com/articles/s42003-019-0640-y
Weinbaum K.Z. et al. (2013). Searching for sustainability: are assessments of wildlife harvests behind the times? Ecology Letters, 16(1), 99-111. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3521087/
Lindsey P.A. et al. (2007). Economic and conservation significance of the trophy hunting industry in sub-Saharan Africa. Biological Conservation, 134(4), 455-469. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0006320706003831
(Autore: Paola Peresin)
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