Il Gipeto: custode alato di tesori dimenticati

Cinque anni fa ebbi l’opportunità straordinaria di osservare Pierro, un giovane gipeto immaturo nato nel 2019 nell’Alta Savoia francese. In Veneto, il gipeto è una presenza sporadica, quasi un evento eccezionale che ogni volta riempie di emozione chi ha la fortuna di avvistarlo. Pierro aveva una storia particolare: era stato soccorso e curato, poi liberato nel luglio 2020 con un trasmettitore GPS che ne tracciava ogni movimento. Lo seguimmo mentre attraversava l’Appennino settentrionale in autunno, per poi arrivare nella nostra regione. Vederlo planare con quell’apertura alare imponente, che supera abbondantemente i due metri e mezzo, fu un momento che porto ancora nel cuore.

Il gipeto è un uccello che sfida ogni aspettativa. Mentre la maggior parte degli avvoltoi si accontenta di carne, lui ha sviluppato un gusto decisamente particolare: le ossa. Non si limita a rosicchiarle, ma le trasforma in un vero e proprio pasto. Quando trova uno scheletro troppo grande, lo afferra con gli artigli, prende quota e lo lascia precipitare sulle rocce sottostanti. Il fragore dell’impatto frantuma l’osso, permettendogli di accedere al midollo nutriente. Un comportamento che gli è valso in alcune zone alpine il soprannome di “spaccaossa”.

Ma c’è dell’altro che rende questo rapace davvero unico. Il suo piumaggio naturale tenderebbe al bianco crema e al grigio scuro, eppure molti esemplari adulti sfoggiano un petto e un ventre di un vivace arancione rossastro. Non è genetica, è una scelta estetica deliberata: i gipeti si rotolano letteralmente nel fango ricco di ossidi di ferro, tingendosi volontariamente. Gli studiosi non sono ancora del tutto certi del perché lo facciano, forse per mimetizzarsi meglio tra le pareti rocciose rossastre delle montagne, forse per comunicare il proprio status sociale.

C’è però un’altra abitudine del gipeto che sta rivelando segreti inaspettati: la sua straordinaria fedeltà ai luoghi di nidificazione. Non parliamo di un ritorno stagionale, ma di una tradizione che attraversa i secoli. Le stesse cavità rocciose vengono utilizzate da generazioni successive di gipeti, che anno dopo anno aggiungono materiale al nido, stratificandolo come pagine di un libro mai chiuso. Questa caratteristica ha fatto la fortuna di un gruppo di archeologi spagnoli, che tra il 2008 e il 2014 hanno intrapreso una ricerca che ha dell’incredibile che potete leggere qui.

Nell’Andalusia meridionale, i gipeti sono scomparsi da oltre un secolo, vittima di persecuzioni sistematiche e dei profondi cambiamenti nell’uso del territorio montano. Eppure i loro nidi sono rimasti lì, sigillati nelle grotte fresche e asciutte delle montagne, come scrigni del tempo. I ricercatori hanno dovuto fare i detective: hanno consultato diari di naturalisti ottocenteschi, cronache locali, hanno intervistato anziani che ricordavano i racconti dei loro nonni su questi grandi uccelli. Dodici nidi sono stati localizzati e accuratamente smontati, strato dopo strato.

Quello che è emerso ha dell’straordinario. Certo, c’erano le ossa, migliaia di ossa e zoccoli, testimonianza della dieta specializzata di questi rapaci. C’erano frammenti di gusci d’uovo, tracce delle nuove generazioni nate in quelle caverne. Ma quasi un decimo di tutto il materiale raccolto era di origine umana. Oggetti portati lì dagli uccelli nel corso dei secoli, intrecciati tra rami e lana di pecora nella struttura dei nidi.

Tra le scoperte più emozionanti spicca un sandalo completo, intrecciato con erba di sparto e ramoscelli, che la datazione al radiocarbonio ha collocato a 650 anni fa. Chi lo indossava? Un pastore? Un viandante? Dove lo aveva perso? Accanto al sandalo, ecco apparire frammenti di corde di sparto, pezzi di cesti, finimenti per cavalli. Settantadue frammenti di cuoio lavorato, alcuni decorati con linee rosse disegnate con l’ocra. Oltre un centinaio di brandelli di tessuto. Una punta di balestra ancora dotata della sua asta di legno, forse persa durante una battuta di caccia secoli fa. Persino una fionda, strumento antico quanto l’uomo.

La datazione ha rivelato che questi oggetti coprono un arco temporale che va dai 150 ai 675 anni fa, un archivio materiale della vita quotidiana nelle montagne andaluse dal tardo Medioevo all’epoca moderna. Ma come ci sono finiti lì? I gipeti sono costruttori meticolosi e opportunisti. Raccolgono materiale morbido per foderare il nido, strappano lana dai cespugli dove le pecore si sono sfregate, e non disdegnano tessuti e pelli che trovano abbandonati. Un pezzo di corda consumata, un sandalo dimenticato, un lembo di sacco: tutto può diventare materiale da costruzione.

Per gli archeologi, questi nidi rappresentano una fonte di informazioni preziosa e inaspettata. Non solo per ricostruire la cultura materiale del passato, ma anche per capire come sia cambiato l’ambiente montano. Le ossa accumulate nei nidi raccontano quali animali popolavano quelle montagne, come variava la fauna selvatica. I gusci d’uovo potrebbero rivelare l’esposizione a pesticidi e contaminanti, aiutando a comprendere quando e come l’inquinamento ha raggiunto anche le vette più remote. Antoni Margalida, l’ecologo che ha guidato lo studio, è convinto che questo sia solo l’inizio: quei nidi custodiscono ancora molti segreti da svelare.

La storia del gipeto in Europa è una storia di caduta e lenta risalita. Un tempo questi maestosi rapaci dominavano i cieli di tutte le principali catene montuose europee, dalle Alpi ai Pirenei, dall’Appennino alle montagne balcaniche. Poi, nell’Ottocento e nel Novecento, iniziò la persecuzione. Considerati erroneamente predatori di bestiame, furono cacciati senza pietà. Le armi da fuoco moderne, i veleni, la sistematicità della caccia li portarono sull’orlo dell’estinzione in gran parte del continente. A questo si aggiunsero i cambiamenti nelle pratiche pastorali: meno animali al pascolo significava meno carcasse, meno cibo per gli spazzini alati.

Negli anni Settanta del secolo scorso, quando ormai il gipeto sopravviveva solo in pochi rifugi montani, partirono i primi progetti di conservazione. Programmi di allevamento in cattività, reintroduzioni attente, protezione dei siti di nidificazione. Lentamente, il gipeto ha iniziato a riconquistare i suoi cieli. Oggi la specie è classificata come “quasi minacciata” a livello globale, con una popolazione stimata tra le 1.675 e le 6.700 individui. Nel Mediterraneo la situazione resta critica, con meno di 250 esemplari, ma la tendenza è incoraggiante.

Il gipeto non è l’unico uccello a trasformare il proprio nido in un archivio involontario della presenza umana. Falchi pescatori, cicogne bianche, aquile e aironi costruiscono strutture massicce che vengono riutilizzate e ampliate anno dopo anno. E inevitabilmente, nei nostri tempi, finiscono per incorporare anche rifiuti moderni. Quest’anno ha fatto notizia il ritrovamento di spazzatura degli anni Novanta nei nidi di folaghe ad Amsterdam: involucri di McDonald’s del 1996, confezioni di snack che pubblicizzavano i Mondiali di calcio del 1994. In New Jersey, una biologa ha estratto da un nido di falco pescatore addirittura una ciabatta Croc.

Come ha osservato Auke-Florian Hiemstra, biologo olandese che studia questi fenomeni, i nidi degli uccelli stanno diventando testimoni silenziosi del nostro impatto sul pianeta. Ogni pezzo di plastica, ogni frammento di tessuto sintetico intrecciato tra i rami racconta di come la nostra presenza permei ogni angolo della Terra. Ma i nidi antichi dei gipeti ci ricordano anche che questa relazione tra uomo e natura ha radici profonde, che per secoli è stata fatta di oggetti biodegradabili, di materiali che tornavano alla terra senza lasciar traccia.

Quando osservai Pierro librarsi sopra il Veneto, pensai a tutto questo. A un uccello che ha attraversato la storia, che ha visto imperi sorgere e crollare, che ha assistito al lento trasformarsi delle montagne sotto la mano dell’uomo. Un uccello che, senza saperlo, ha custodito nei suoi nidi i frammenti della nostra storia, preservandoli meglio di tanti archivi umani. E ora che lentamente torna a popolare le nostre montagne, mi piace pensare che continuerà a essere questo custode alato di memoria, questo archivista involontario che lega il cielo alla terra, il passato al presente.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Wikipedia)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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