La rete invisibile che ci nutre. Biodiversità, denaro e l’illusione dei grani antichi

La notizia è di quelle che dovrebbero far riflettere chiunque abbia a cuore non solo l’ambiente, ma anche il proprio portafoglio. Il nuovo rapporto della Banca Mondiale “Agriculture Rooted in Biodiversity“, presentato a Bonn l’11 dicembre scorso, mette nero su bianco una verità scomoda: la biodiversità non è un lusso da ambientalisti, ma il fondamento stesso dell’economia agricola mondiale.

I numeri parlano chiaro. Fino al 40 percento delle terre emerse risulta oggi degradato, mettendo a rischio i mezzi di sussistenza di almeno 3,2 miliardi di persone e causando perdite economiche superiori al 10 percento del PIL globale annuo. Non stiamo parlando di scenari futuri o proiezioni catastrofiste, ma di denaro che già oggi evapora dalle casse di agricoltori, imprese e governi.

Il vicepresidente della Banca Mondiale Juergen Voegele ha usato parole inequivocabili: quando natura e biodiversità collassano, l’agricoltura paga il prezzo. Le perdite agricole dovute a shock legati all’acqua sono aumentate del 65 percento nell’ultimo secolo, superando i 300 miliardi di dollari l’anno. E qui sta il punto cruciale: proteggere gli ecosistemi non è filantropia, è investimento.

Ma è proprio qui che si annida un equivoco pericoloso, forse il più insidioso quando si parla di agricoltura e natura. Nell’immaginario comune, e troppo spesso anche nel linguaggio di chi dovrebbe saperne di più, biodiversità agricola significa varietà di mele antiche, grani dimenticati, razze bovine autoctone. È un errore concettuale che rischia di compromettere qualsiasi strategia di conservazione. Le specie che coltiviamo e alleviamo rappresentano una frazione infinitesimale della biodiversità reale, quella che tiene in piedi gli ecosistemi e, con essi, la nostra capacità di produrre cibo.

Pensateci un momento. Le piante coltivate sono circa 200 su oltre 350.000 specie vegetali conosciute. Gli animali da allevamento si contano sulle dita di due mani, a fronte di milioni di specie animali. L’agrobiodiversità è la punta visibile di un iceberg sommerso, fatto di microrganismi del suolo, insetti impollinatori, funghi micorrizici, predatori naturali di parassiti, batteri azotofissatori. È questa rete invisibile e sterminata che garantisce la fertilità dei terreni, la disponibilità di acqua pulita, la resilienza ai cambiamenti climatici.

Quando il rapporto della Banca Mondiale illustra come la diversità biologica sostenga i servizi ecosistemici fondamentali, non sta parlando di quante varietà di pomodoro coltiviamo. Sta parlando della salute del suolo, della regolazione dei flussi idrici, dell’impollinazione, del controllo naturale di parassiti e malattie. Sono funzioni svolte da organismi che non finiranno mai nel nostro piatto, ma senza i quali il piatto resterebbe vuoto. Il rapporto stesso sottolinea un dato eloquente: i paesaggi agricoli che conservano almeno il 20-25 percento di habitat naturale garantiscono servizi ecosistemici migliori; sotto il 10 percento, alcuni di questi servizi scompaiono del tutto. Oggi, tra il 18 e il 33 percento dei terreni agricoli mondiali non dispone degli habitat naturali necessari a sostenere l’impollinazione, il controllo dei parassiti e altri servizi ecosistemici.

I dati sugli impollinatori sono emblematici di questa cecità collettiva: gli impollinatori selvatici sono diminuiti di oltre il 40 percento nell’ultimo decennio, minacciando un servizio il cui valore economico oscilla tra 235 e 577 miliardi di dollari l’anno. Eppure, quanti piani di sviluppo agricolo dedicano risorse alla tutela di api selvatiche, sirfidi, farfalle notturne? Ci preoccupiamo giustamente di salvare il Parmigiano Reggiano o la lenticchia di Castelluccio, ma ignoriamo che senza i lombrichi che aerano il terreno e i funghi che rendono disponibili i nutrienti, nessun disciplinare di produzione potrà salvarci.

Le perdite agricole legate al clima sono aumentate del 150 percento dal 1980 e superano ormai i 100 miliardi di dollari annui. La perdita di vegetazione naturale e la conversione dei suoli hanno reso l’agricoltura drammaticamente vulnerabile a eventi estremi, con perdite di produzione stimate in 3.800 miliardi di dollari negli ultimi tre decenni. Abbiamo sacrificato la complessità ecosistemica sull’altare della semplificazione produttiva, e ora ne paghiamo il conto.

È paradossale: mentre ci affanniamo a catalogare e proteggere le varietà colturali tradizionali, continuiamo a ignorare o distruggere l’immensa biodiversità selvatica che rende possibile qualsiasi agricoltura. Salvare i semi antichi è nobile e necessario, ma diventa un esercizio sterile se nel frattempo avveleniamo i suoli con pratiche intensive, prosciughiamo le falde, eliminiamo le siepi e i margini incolti dove trovano rifugio gli organismi utili.

Senza finanziamenti stabili e di lungo periodo, la conservazione della biodiversità resta un esercizio retorico. Il rapporto lo dice chiaramente: servono fondi pubblici a lungo termine per ricerche contestualizzate e incentivi agli agricoltori, che affrontano costi iniziali elevati e tempi di ritorno prolungati. Ma questi fondi devono andare alla biodiversità vera, quella degli ecosistemi nel loro insieme, non solo alla tutela delle varietà commerciali. In un’epoca in cui i sussidi agricoli spesso premiano pratiche insostenibili, è necessario ripensare radicalmente dove e come investire.

La buona notizia è che le soluzioni esistono e funzionano. Nelle aree rurali, agricoltori e cooperative stanno già dimostrando cosa significhi agire concretamente: conservano l’agrobiodiversità, proteggono banche dei semi gestite dalle comunità e ripristinano gli ecosistemi attraverso l’agroecologia. Non servono rivoluzioni tecnologiche impossibili, ma politiche intelligenti che trasformino la tutela dell’intera rete ecologica in convenienza economica.

Il messaggio della Banca Mondiale è limpido: integrare agricoltura e biodiversità deve diventare affare dei ministeri dell’agricoltura e delle finanze, lavorando fianco a fianco con agricoltori, investitori e ricercatori. Perché ha senso dal punto di vista economico. Ma perché questo accada, dobbiamo prima liberarci dall’illusione che biodiversità significhi semplicemente più varietà sugli scaffali del supermercato. La vera biodiversità è quella che non vediamo, non mangiamo e non vendiamo, eppure sostiene tutto il resto. Riconoscerlo non è solo onestà intellettuale: è la premessa indispensabile per investire dove davvero serve.

(Autore: Paola Peresin)
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