Nel Libro della Genesi il serpente è descritto come “il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto”. Strumento diabolico utilizzato da Satana per sedurre Adamo ed Eva, raramente compare fra le bestie tratte in salvo da Noè in occasione del Diluvio Universale.
Ammirato e allo stesso tempo temuto per il suo movimento sinuoso ed elusivo, per le straordinarie capacità mimetiche e per il morso non di rado letale, il serpente si è ritagliato uno spazio di rilievo nell’immaginario collettivo alternando la reputazione di essere immondo a quella di creatura capace di guarire, depositaria di segreti occulti e in qualche caso di vera e propria divinità. Un dualismo che si coglie appieno osservando la verga di Asclepio, dio della medicina, o il caduceo alato di Mercurio stretti fra le spire di una o due serpi a simboleggiare l’eterna lotta fra il bene e il male, la sapienza, l’immortalità, la pace o l’eloquenza.
Raffigurato in numerosi capolavori artistici schiacciato dal tallone della Vergine che sconfigge il peccato, citato nella letteratura di ogni epoca, il serpente è uno dei simboli araldici più ricorrenti: basti pensare al biscione sforzesco e visconteo di Milano che tuttora campeggia in emblemi iconici come quello dell’Alfa Romeo.
La presenza del rettile nella tradizione e nel folclore popolare e contadino è altrettanto diffusa e, ancora una volta, al serpente vengono attribuiti vizi e virtù. Nella Destra Piave, come annota E. Bellò nel “Dizionario del dialetto trevigiano”, aver la bíssa in scarsèla (aver la biscia in tasca) equivale a possedere virtù magiche o una fortuna sfacciata. Un universo, quello delle bisce, del quale fanno parte la bíssa ranèra (la natrice d’acqua ghiotta di rane), la bíssa òrba o orbariòla (l’orbettino), l’ànda o àngo (il saettone), il carbonaz (il biacco) e per estensione la bíssa mandra (lasalamandra) e il bisbór (il ramarro).
G. Tomasi, autore di “Dialetti e tradizioni delle Prealpi venete orientali”, riferisce alcune curiose credenze legate alle bisce e ai rettili; la loro proverbiale golosità per il latte, ad esempio, può indurre l’animale a staccarsi dalla mano del malcapitato a patto di porne vicino una ciotola. E ancora: il ramarro sarebbe da considerare un prezioso alleato dell’uomo vista la sua inclinazione a segnalare con lo sguardo o con l’agitazione del corpo la presenza di una serpe velenosa. Infine, sparare a certi rettili potrebbe rivelarsi fatale visto che i pallini rimbalzerebbero sulle loro scaglie.
Giunti a questo punto è ovvio aspettarsi come le serpi la facciano da padrone anche nel linguaggio metaforico: infatti, uno dei modi di dire più comuni che le riguardano, è “allevare o covare una serpe in seno” nel senso di aiutare qualcuno che, alla lunga, si rivelerà ingrato e sleale.
Tutto nasce da una favola di Esopo, vissuto nella Grecia del VII – VI secolo a.C., nella quale si narra di un contadino che, impietosito da una vipera intirizzita dal freddo, se la pose sul petto per riscaldarla. Il rettile, ripreso vigore, a riprova della propria indole malvagia, morse l’uomo causandone la morte. Un racconto ripreso dai celebri favolisti Fedro (20/15 a.C. circa – 50 d.C. ) e Jean de La Fontaine (1621 – 1695) la cui morale, purtroppo, è sempre attuale.
L’inconfondibile silhouette della serpe si ritrova anche in numerosi dolci della tradizione nei quali si possono rintracciare l’allegoria della muta della pelle, il cambio delle stagioni, o il ripetersi del ciclo della vita. È il caso del torciglione umbro, servito a Natale, del reatino serpentone di Santa Anatolia, del biscione reggiano o dellu serpe marchigiano.
Anche Venezia, ove un tempo esisteva l’osteria della Serpe e tuttora si può passeggiare in Calle della Bissa, si possono gustare dei dolcetti squisiti e dalla forma inconfondibile: sono le bisse, biscotti di pastafrolla tradizionalmente consumati durante la Pasqua ebraica e dunque rigorosamente senza lievito.
Capace di ispirare, per la propria indole e per il proprio aspetto, innumerevoli proverbi e aforismi, il serpente ha attirato l’attenzione anche di due fra i maggiori intellettuali di tutti i tempi. E se Leonardo da Vinci con estrema lucidità affermò che: “Sposarsi è come mettere la mano in un sacco pieno di serpenti, nella speranza di tirar fuori un’anguilla”, alcuni secoli più tardi William Shakespeare sostenne: “Quanto è più crudele del morso di un serpente l’ingratitudine di un figlio”.
(Autore: Marcello Marzani)
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