Lo storico della Serenissima Giuseppe Tassini, nel saggio “Curiosità veneziane”, ricorda due celebri abitanti del sestiere Castello: gli arditi navigatori Giovanni e Sebastiano Caboto, padre e figlio, che con Cristoforo Colombo condividono la fama di primi europei approdati nel Nuovo Mondo. Giovanni sbarcò in America, probabilmente a Terranova, nell’estate del 1497, cinque anni dopo l’Ammiraglio genovese. Per timore dei nativi non si addentrò nella terraferma e da tale circostanza pare discenda il termine “cabotaggio”, tuttora utilizzato nel lessico marinaresco per indicare la navigazione sotto costa.
Senza voler sminuire la portata delle imprese di Colombo e dei Caboto, è assai probabile che la traversata dell’Atlantico settentrionale sia stata effettuata molto prima del XV secolo, da equipaggi sconosciuti, attirati dalle enormi risorse ittiche piuttosto che dalle spezie o dal miraggio di aprire nuove rotte commerciali con l’Oriente.
A sostenerlo, fra gli altri, è l’antropologo inglese Brian Fagan il quale afferma che dall’VIII secolo il pesce conservato divenne uno dei protagonisti delle mense monastiche, militari, aristocratiche e umili. Scelte economiche, precetti religiosi legati al “mangiar di magro” ed esigenze logistiche privilegiarono alimenti leggeri e poco deperibili fra i quali aringhe, merluzzi, anguille, sardine e sgombri essiccati al sole, messi sotto sale, affumicati o conservati in salamoia. Una tecnica, quest’ultima, particolarmente adatta a preservare pesci dalla carne oleosa come le aringhe e nella quale divennero maestri gli olandesi i quali, dalla prima metà del XIV secolo, iniziarono a utilizzare il barile di legno.
Grazie a un procedimento rimasto pressoché inalterato per sette secoli, dal Medioevo fino al Novecento le aringhe del Mare del Nord in barile riuscirono a raggiungere le tavole europee mantenendosi commestibili per quasi un anno. Squadre di operaie specializzate evisceravano i pesci, li salavano e li sistemavano nei barili a strati compatti, immersi nella salamoia. Un metodo efficace e più economico della conservazione sott’olio, soddisfacente sia per venditori che per i consumatori i quali ribattezzarono l’umile Clupea harengus con epiteti romantici quali “delizia d’argento” o “oro del mare”. Nel momento più florido, attorno ai primi del Novecento, si stima che alla pesca dell’aringa atlantica si dedicassero almeno diecimila pescherecci e che dalla sola Scozia, ogni anno, due milioni e mezzo di barili di pesce partissero alla volta della Germania, della Russia e anche dell’Italia.
Un tempo annoverata fra i cosiddetti “cibi poveri”, l’aringa giungeva sulle tavole venete in versione salata o affumicata e assumeva nomi differenti a seconda delle dimensioni, del presunto sesso o del metodo di conservazione: rènga, rènga coi ovi (uova) o de late se provvista della sacca spermatica (lattume), scopetòn. Un pesce umile ma diffusissimo, che ha lasciato tracce indelebili nella tradizione culinaria regionale; fra le ricette ancora oggi apprezzate polenta e rènga, rènga a la vittoriese, bigoi e rènga, rènga di Parona di Verona tradizionalmente servita il primo mercoledì di Quaresima. In tempi di carestia vi era l’abitudine di strofinare un’insipida fetta di polenta su una preziosa aringa posta al centro del tavolo illudendosi di mangiare un piatto succulento.
L’immagine delle aringhe, delle sardine e delle acciughe stipate nei fusti di legno ha suggerito un curioso modo di dire: fare il pesce in barile, legato all’esiguo spazio fra un pesce e l’altro che impedisce loro qualunque movimento. A metà strada fra l’ignavia e l’omertà, l’atteggiamento dell’emulo dell’aringa in salamoia è quello di colui che finge di non vedere, si rifiuta di prendere posizione, di agire e di mettersi in gioco. Il pesce in barile è un essere inerte, muto e vilmente indolente.
Una mancanza di volontà e di determinazione, l’ignavia, condannata persino da Dante che colloca nell’Antinferno gli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero. Costretti a seguire un’insegna che procede rapidissima, tormentati da vespe e mosconi, gli ignavi danteschi mai fur vivi e la loro scelta di comportarsi come pesci in barile è giudicata riprovevole dallo stesso Virgilio che, rivolgendosi al Sommo Poeta intento a osservarli, pronuncia sdegnosamente la celebre frase: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
(Autore: Marcello Marzani)
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