I “Dizionari di Destra e Sinistra Piave”, curati da E. Bellò e L. Pianca, contengono alcune tavole illustrate da B. Schiavon: in quella dedicata all’arte del caleghèr, il calzolaio, compaiono le inprèste (attrezzi) di scarpèr, zhavatèr e zhocolèr. Il martèl, la sùbia (lesina), la brìtola (roncola), la tanàja (tenaglia) il saòn (sapone) il trapié (treppiede). Ovviamente non può mancare una manciata di ciòdi e semenséte (chiodi e chiodini), essenziali per confezionare o riparare scarpe e zoccoli.
Tanto umili quanto provvidenziali, i chiodi sono preziosi alleati di chi si dedica a vari lavori manuali: ve ne sono di diverse misure, con o senza testa, particolarmente lunghi (stechetòn) o abbastanza robusti da sostenere un quadro (ciòdo da peso); qualcuno sceglie il ciòdo a capèla piata (a testa piana) mentre altri preferiscono quelli da grapa o da solèri, adatti a tenere insieme le travature del soffitto.
Immancabili nei laboratori di falegnami e tappezzieri, vitali per gli alpinisti, fedeli alleati di carpentieri, maniscalchi e persino degli ortopedici, i chiodi sono saldamente conficcati anche nel linguaggio quotidiano ove ricorrono metafore e modi di dire ispirati alla grade famiglia di bullette, spilli e borchie.
I boccioli essiccati dello Syzygium aromaticum, per la loro silhouette, sono stati ribattezzati chiodi di garofano e trovano, specie in cucina, un’infinità di impieghi: servono ad aromatizzare verdure, carni, dolci e sono un ingrediente insostituibile per il natalizio vin brûlé.
Sulle tavole autunnali della Marca Trevigiana fanno bella mostra di sé i funghi chiodini (ciodèti) accompagnati da polenta e sopressa: attesi con ansia da schiere di cercatori incalliti possono essere confusi con i temibili falsi chiodini (ciòdeti mati). Un errore grossolano, ma ricorrente, che qualcuno liquiderebbe con la classica espressione “roba da chiodi” intesa come situazione deprecabile e al limite dell’incredibile.
In realtà, il significato principale di “roba da chiodi” rimanda a un qualcosa di qualità modesta, addirittura infima. L’espressione si ritiene discenda dal materiale mediocre utilizzato per produrre i chiodi: metalli di scarto buoni soltanto a farne oggetti umili. Roba da chiodi appunto.
Una seconda teoria collega la locuzione con argomentazioni assurde e talmente fragili da richiedere un buon numero di chiodi per stare in piedi. Un’ipotesi quest’ultima la cui origine andrebbe ricercata nel mondo della falegnameria ove i chiodi servono a tenere insieme certi mobili scadenti realizzati da chi non padroneggia l’arte degli incastri a coda di rondine.
Altre espressioni che hanno a che fare con i chiodi sono “fare una figura da chiodi” (rendersi ridicoli, sfigurare), “appendere il cappello al chiodo” (ritirarsi da una professione o da un’arte), “piantare un chiodo” (fare un debito), “non battere chiodo” (non concludere niente), “chiodo scaccia chiodo” (dimenticare una delusione grazie a un nuovo interesse), “avere un chiodo fisso” (una mania) e “provare la stessa soddisfazione che succhiare un chiodo” (praticamente nessuna).
Minuscolo o ingombrante, in ferro, acciaio, rame o addirittura argento, stampato o forgiato, il chiodo ha tante peculiarità fra le quali quella di mutare il valore di un oggetto. Il medico americano John Harvey Kellogg, l’inventore dei corn flakes, affermò con una buona dose di arguzia: “Una mucca o una pecora morte che giacciono in un pascolo sono considerate carogne. La stessa carcassa, trattata e appesa a un chiodo in macelleria, passa per cibo”!
(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Marcello Marzani)
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