A gennaio 2026 è accaduto qualcosa di storico: il Trattato sull’Alto Mare è entrato in vigore. Dopo anni di attesa, il mondo ha finalmente uno strumento concreto per proteggere la biodiversità nelle acque che non appartengono a nessuno, e che proprio per questo rischiavano di restare senza difesa. Il testo integrale del trattato è consultabile sul sito delle Nazioni Unite: https://www.un.org/bbnjagreement/en/bbnj-agreement/text-bbnj-agreement.
Gli oceani coprono il settanta per cento del pianeta, eppure solo l’otto per cento gode di una qualche forma di protezione. Quasi metà della superficie terrestre è costituita dall’alto mare, quelle distese d’acqua che si trovano oltre la giurisdizione di qualsiasi nazione. Non esistono confini tracciati su quelle onde, ma la vita che le abita è immensa, e gli uccelli marini dipendono da queste aree in ogni fase della loro esistenza.
Il problema, fino ad oggi, era semplice e al tempo stesso enorme: nessun paese, nessuna autorità era “responsabile” di ciò che accadeva in alto mare. Affrontare le minacce alla salute degli oceani era una sfida quasi impossibile. Il trattato, formalmente noto come Accordo delle Nazioni Unite sulla Biodiversità Oltre la Giurisdizione Nazionale, cambia le cose. Crea un quadro globale per istituire Aree Marine Protette, sviluppa valutazioni di impatto ambientale per lo sfruttamento degli oceani e prevede una condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine. A metà gennaio, ottantuno paesi lo avevano già ratificato.
Per capire perché questo trattato conta davvero, basta pensare alla Sterna artica, uno degli animali con il raggio d’azione più ampio sulla Terra. Molti uccelli marini trascorrono quasi tutta la vita in mare, toccando terra solo per nidificare. Questo semplice fatto racconta quanto gli ecosistemi marini siano vitali per la loro sopravvivenza a lungo termine. Eppure, dal 1970, le popolazioni di uccelli marini sono diminuite di circa il settanta per cento. Cambiamento climatico, inquinamento, perdita di habitat, attività estrattive: le minacce li inseguono in ogni momento del loro ciclo vitale.
L’organizzazione Audubon lo sa bene. Da oltre cinquant’anni lavora nelle isole di nidificazione del Maine, e i suoi scienziati e partner operano in Canada, negli Stati Uniti e in tutta l’America Latina, seguendo un approccio emisferico che riflette una verità elementare: gli uccelli marini non riconoscono i confini politici, e la conservazione non può fermarsi alle frontiere nazionali.
L’alto mare è un ambiente dinamico e produttivo, con caratteristiche geologiche e oceanografiche che sostengono i pesci di cui gli uccelli marini si nutrono. Il successo della nidificazione è strettamente legato alle condizioni dell’oceano. Quando gli adulti devono viaggiare più lontano o faticare di più per trovare cibo, meno pulcini sopravvivono. Ciò che accade in mare aperto, a centinaia o migliaia di miglia di distanza, ha conseguenze dirette sulle colonie riproduttive vicino alla costa.
Attraverso collaborazioni che coinvolgono governi, ricercatori e comunità costiere, Audubon ha contribuito a costruire le basi scientifiche e politiche necessarie per arrivare a questo momento. Il Trattato sull’Alto Mare rafforza la capacità di tradurre quella conoscenza in azione concreta, proteggendo i luoghi da cui gli uccelli marini dipendono di più, anche quando quei luoghi si trovano a migliaia di miglia dalla riva.
E l’Italia? La situazione del nostro Paese è paradossale. L’Italia ha partecipato attivamente ai negoziati ed è tra i maggiori sostenitori dell’accordo, eppure a oggi non lo ha ancora ratificato. Il Ministero dell’Ambiente ha dichiarato che l’iter di ratifica nazionale è stato avviato ma si trova ancora in fase di consultazione. Nel frattempo, l’Unione Europea e sedici dei suoi Stati membri hanno già compiuto il passo decisivo, insieme a oltre ottanta paesi nel mondo. LIPU, WWF Italia, Blue Marine Foundation, ClientEarth, Greenpeace Italia e Mare Vivo hanno scritto ai ministri dell’Economia e dell’Ambiente per sollecitare una rapida ratifica, avvertendo che il ritardo rischia di compromettere la credibilità del Paese e di indebolirne il ruolo nelle politiche globali di tutela ambientale. Una ratifica tempestiva, al contrario, dimostrerebbe un impegno concreto e coerente con gli obiettivi internazionali di protezione della biodiversità che l’Italia stessa ha contribuito a definire.
L’entrata in vigore del trattato non è la fine del lavoro, ma l’inizio di un nuovo capitolo. Sta a noi, e sta anche all’Italia, fare in modo che gli impegni di conservazione scritti sulla carta si trasformino in protezione reale sull’acqua. Per gli uccelli marini, creature la cui vita dipende dall’immensità del mare aperto, questo impegno condiviso potrebbe fare tutta la differenza.
(Autore: Paola Peresin)
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