Modi di dire: farsi infinocchiare

Nella raccolta di canti popolari veneziani firmata da Giuseppe Bernoni, pubblicata nel 1872 e riscoperta dall’associazione culturale Coro Marmolada, compare un simpatico ritornello dedicato al fenocio, il finocchio, complice di un amore sbocciato nel bel mezzo dei lavori campestri: 

Mi vago in orto a semenar fenoci,
Alzo la testa e vedo do bei oci;
Sti do bei oci tanto me vardava,
Che dei fenoci me desmentegava.
Fenocio, fenocin e fenoceto,
Go dà fenocio a chi m’à infenociato;
Fenocio, fenocin e fenocelo,
Go dà fenocio a quel viso belo.

Protagonista della cucina italiana da nord a sud, amato tanto allo stato di pianta selvatica quanto di carnoso ortaggio coltivato, fresco o essiccato, il finocchio compare in innumerevoli ricette: in Sicilia viene servito con le arance in insalata, nell’Italia centrale è indispensabile per profumare la porchetta, le lumachine di mare e le olive; in Veneto i risi coi fenoci sono una gustosa alternativa all’iconico risi e bisi.

Un po’ dovunque, all’indomani di pasti luculliani, una sana vellutata di finocchi è consigliata come cibo salubre e disintossicante. I semi di finocchio, in realtà frutticini saturi di oli essenziali, li ritroviamo nelle castagne bollite, nei taralli pugliesi, in molte qualità di biscotti dolci o salati e nella pinza o pinsa trevigiana, servita alla vigilia dell’Epifania, davanti al falò del pan e vin.  

Se le proprietà aromatiche dei semi di finocchio sono ben note e apprezzate un po’ ovunque, pare tuttavia che dietro il loro utilizzo si celi anche un fine non proprio trasparente. Gli oli essenziali del finocchio, infatti, oltre che risultare particolarmente piacevoli al palato, esercitano una sorta di effetto anestetico nei confronti delle papille gustative, ingannandole. Una peculiarità ben nota agli osti dell’antichità e del medioevo che, prima di propinare vini scadenti, offrivano agli avventori vivande abbondantemente conciate con semi di finocchio se non addirittura spicchi freschi del profumato ortaggio. Un’astuzia che impediva all’ignaro bevitore di percepire i difetti del vino che seguitava a tracannare inconsapevole di essere stato appena infinocchiato!

Sulla base dello stesso principio si abbondava nell’aggiunta di semi di finocchio in certi insaccati fatti con carni di bassa qualità o non proprio freschissime per mascherare sapori e odori sgradevoli. Una consuetudine dalla quale sono nati prodotti oggi apprezzatissimi come certe salsicce al finocchietto del sud Italia o la celeberrima finocchiona toscana.

L’arte di infinocchiare il prossimo, ovvero di raggirarlo con stile ed eleganza, si è talmente radicata nel linguaggio comune da contagiare lo stesso Alessandro Manzoni che nei Promessi Sposi, a proposito dell’inganno ordito ai danni della perpetua di don Abbondio, scrive: “ripensando a tutte le circostanze del fatto, e raccapezzandosi finalmente ch’era stata infinocchiata da Agnese, sentiva tanta rabbia di quella perfidia, che aveva proprio bisogno d’un po’ di sfogo”.

Il finocchio, con il suo gusto inconfondibile, resta dunque indissolubilmente legato a concetti quali l’imbroglio e la fregatura. Inganni spiacevoli, ma sempre piuttosto lievi che quando scoperti più che all’ira inducono ad abbozzare un mezzo sorriso.

I cinesi, che da consumati commercianti conoscono bene il rischio di essere raggirati, affermano che chi non è stato truffato almeno una volta non può diventare un mercante. Tuttavia, occhio a non essere troppo ingenui perché se il venditore è responsabile della prima truffa, della seconda lo è il cliente!

(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Marcello Marzani)
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