Originario della provincia di Latina, dopo aver studiato e insegnato a Roma, Mirandola, Ferrara e Carpi, il quarantenne Aldo Manuzio nel 1490 scelse Venezia quale luogo ideale per realizzare il proprio sogno: sottrarre la letteratura e la filosofia classica dal rischio dell’oblio.
Capace di unire erudizione e spirito imprenditoriale, primo editore della storia, inventore del carattere corsivo, dell’indice e del frontespizio, Manuzio rivoluzionò il mondo della carta stampata introducendo la punteggiatura nei testi in volgare e lanciando sul mercato i primi libri in formato tascabile: un’intuizione che trasformò la lettura in un passatempo sperimentabile anche al difuori delle austere biblioteche ove gli ingombranti tomi venivano declamati a voce alta. Uomo coltissimo, vicino a intellettuali del calibro di Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam e Pietro Bembo, durante la propria permanenza nel capoluogo lagunare Manuzio fondò l’Accademia Aldina, cenacolo in cui era obbligatorio esprimersi in greco pena il pagamento di sanzioni utilizzate per feste e convivi. I libri stampati da Manuzio, le “aldine”, riconoscibili per il simbolo dell’editore, il delfino avvolto attorno all’ancora e il motto Festina lente – affrettati con calma – a distanza di secoli non cessano di affascinare studiosi e bibliofili.
Strumento indispensabile per la custodia e la diffusione del sapere umanistico, scientifico e religioso, primo mezzo di comunicazione di massa all’indomani dell’invenzione dei caratteri mobili da parte del tedesco Johannes Gutenberg (1400 – 1468), il libro è protagonista di innumerevoli espressioni colloquiali: se “essere come un libro aperto” è sinonimo di trasparenza, il paragone con il “libro chiuso”è riservato agli introversi e ai taciturni; dinanzi all’ineluttabilità del fato c’è chi si limita a constatare come tutto sia “scritto sul libro del destino” mentre il saccente si dilunga in considerazioni da “libro stampato”.
Fra le tante locuzioni, tuttavia, ce n’è una piuttosto inquietante: essere sul libro nero. L’iscrizione nelle pagine di questo oscuro volume è una minaccia, nemmeno tanto velata, rivolta a chi merita di essere punito, emarginato, allontanato da un determinato contesto sociale. L’ospite maleducato, dopo l’iscrizione sul libro nero, non sarà più invitato; il cattivo pagatore finito nel medesimo tomo verrà bollato con un marchio infamante; stessa sorte per l’individuo sleale, la cui annotazione sul registro in questione, lo trasformerà in nemico.
L’origine di questo allarmante modo di dire non va ricercata nelle preziose edizioni del Manuzio, bensì nel clima di caccia alle streghe instauratosi nella Francia rivoluzionaria. In quell’epoca di terrore le delazioni erano all’ordine del giorno, la polizia segreta estremamente occhiuta ed era piuttosto probabile ritrovare il proprio nome, senza neanche sapere il perché, vergato sulle pagine di libri dalla copertina scura fra le liste dei sospetti. Un primo passo verso la soglia di una squallida prigione o, peggio, del “Rasoio Nazionale”, della “Vedova”, o di “Louisette”, soprannomi affibbiati alla celebre ghigliottina.
Simbolo di una giustizia miope e sommaria, il libro nero incarna tutta la negatività delle pagine di storia nelle quali il libero pensiero è stato costretto a piegarsi dinanzi a logiche di oppressione e discriminazione. Un libro dal quale non aspettarsi alcun insegnamento perché infettato dal “verme del sospetto” da cui, come sostiene lo scrittore serbo Ilija Markovic, “non fuoriesce mai la farfalla”.
(Autore: Marcello Marzani)
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