Modi di dire: far venire il latte alle ginocchia

La burlina, dicevano i contadini e i malghesi, è una vacca che non strapazza l’erba sui pascoli, che mangia in modo regolare senza saltare qua e là come la svitt; e poi, non essendo pesante, non rompe la cotica con le unghie e l’erba se la va a cercare anche in posti dove le altre vacche non vanno”. Con queste parole, tratte dal romanzo “Le stagioni di Giacomo”, Mario Rigoni Stern descrive l’avversione delle genti dell’Altopiano di Asiago al progetto autarchico che puntava a rimpiazzare la storica vacca Burlina con i bovini svizzeri più produttivi.

Razza veneta autoctona, secondo alcuni introdotta dai Cimbri provenienti dall’attuale Danimarca, per altri giunta nei domini della Serenissima dal Caucaso attraverso i Balcani, la Burlina sino agli anni Trenta era la vacca da latte più diffusa negli alpeggi dei Sette Comuni, del Monte Grappa, dei Colli Berici, dei Monti Lessini e di alcuni pascoli delle Prealpi trevigiane.

Salvata dall’estinzione grazie alla caparbietà di pochi, lungimiranti allevatori, questa specie rustica, riconoscibile per il mantello bianco e nero e la candida macchia a forma di stella sulla fronte, oggi è fortunatamente tutelata da specifiche norme; dal suo latte si ottengono prodotti caseari di grande pregio, come l’Allevo di Burlina, il Bastardo del Grappa e il Morlacco (o Burlacco), un formaggio celebrato addirittura da Goethe, D’Annunzio e Hemingway.

Se la quantità di latte ricavata dalla singola mungitura delle vacche burline è inferiore a quella di altre razze, la Binda, Pezzata degli Altipiani, Bassanese, Balzana, Sboccalona o Sengiarola (tutti sinonimi di Burlina) vanta una carriera produttiva più longeva.

Oggi gli allevatori sono aiutati dalla tecnologia, ma prima dell’avvento delle mungitrici meccaniche occorrevano metodo, esperienza e soprattutto tanta, tanta pazienza. Seduto su un basso sgabello con il secchio stretto fra le gambe, il malgaro stimolava le mammelle delle vacche sino a svuotarle; mentre il tempo trascorreva, il livello del latte nel contenitore cresceva lentamente avvicinandosi all’altezza delle ginocchia. Da qui, probabilmente, è nata l’espressione “far venire il latte alle ginocchia” nel senso di annoiare, infastidire, sottrarre tempo prezioso. L’oratore prolisso, l’interminabile coda allo sportello, le sbarre del passaggio a livello che non si sollevano, la prolungata attesa di un ritardatario sono tutte circostanze che provocano il lento, ma inesorabile accumulo di latte all’altezza delle rotule.

Secondo una seconda interpretazione, meno nota della precedente, la curiosa locuzione potrebbe avere a che fare anziché con la mungitura del bestiame, con l’eviscerazione degli animali, in particolare dei pesci. Questi ultimi spesso custodiscono nel ventre le sacche spermatiche colme di lattume: ciò potrebbe aver indotto qualcuno a utilizzare l’immagine del pescivendolo concentrato nella tediosa pulizia del pescato come metafora per dipingere la noia, l’impazienza, la perdita di tempo.

Annoiarsi, secondo alcuni, è un privilegio riservato a coloro che hanno poco da fare e non sono afflitti da grandi preoccupazioni. Per altri, la noia è un chiaro sintomo di stoltezza, superficialità, ottusità. Numerosi letterati non esitano a condannare senza appello sia chi si lamenta per l’uggia, sia chi la provoca: Giacomo Leopardi afferma che “la noia è la più sterile delle passioni umane”; anche lo scrittore francese Victor Hugo, autore del capolavoro “I miserabili”, in materia di tedio è lapidario: “Si può immaginare qualcosa di più terribile di un inferno di sofferenza, ed è un inferno di noia”.

Una seconda ipotesi

C’è un’altra teoria: lactes (al solo plurale femminile) in latino significava visceri, e per l’esattezza l’intestino tenue soprattutto degli animali. Per esempio: il murenarum lactes era la sostanza molle e lattiginosa che si trovava nelle interiora della murena. Chissà che l’immagine dei visceri che si srotolano e ricadono allungandosi fino alle ginocchia, per stanchezza o esasperazione, non abbia in qualche modo influenzato questo modo di dire così colorato?

  • Noia e fastidio: Indica una profonda noia, insofferenza, frustrazione o stanchezza causata da qualcosa di tedioso, prolisso o che va molto lentamente.
  • Esempio: “Quel film è così lento, mi fa venire il latte alle ginocchia”. 

Origine

  • Mungitura manuale: L’espressione deriva dal lavoro agricolo della mungitura delle mucche a mano, dove il mungitore doveva tenere il secchio tra le gambe e aspettare pazientemente che il latte riempisse il secchio fino all’altezza delle ginocchia, un’operazione lunga e monotona. 

Altre teorie (meno accreditate)

  • Etimologia latina: Alcuni suggeriscono un’origine dal latino lactes (budella/visceri), immaginando le interiora che si srotolano per la noia, ma la teoria della mungitura è la più accreditata e diffusa, secondo RomaTodayVirgilioFacebook, Libreriamo, Zanichelli e Virgilio Sapere

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