“Fatti coraggio alpino bello”: i ricordi della Grande Guerra nelle parole delle donne

I ricordi della Grande Guerra nelle parole delle donne

Ogni momento è adatto per ricordare: potrebbe essere questo il messaggio che il pubblico l’altra sera si è portato a casa dopo avere assistito al reading – spettacolo dal titolo “La Grande Guerra nelle nostre terre – Le donne raccontano”, andato in scena all’auditorium “Dina Orsi” di Parè.

Un appuntamento dove i brani popolari riguardanti l’esperienza bellica del primo Conflitto mondiale si sono uniti alla lettura dei ricordi e delle pagine di diario di coloro, soprattutto donne, che hanno vissuto quei momenti così complessi, tra fame, paura e la costante presenza austroungarica nel territorio.

Ad accompagnare gli spettatori in questo viaggio nel passato è stata la voce di Cinzia Zanardo, già curatrice del volume “Una memoria sofferta. Cronaca della paura e della vittoria. La Grande Guerra”, che raccoglie i ricordi della nonna paterna Elisa Fagnol – Zanardo.

Con lei anche il maestro Giuseppe Borin, al pianoforte, e il coro “I borghi” di San Vendemiano, che ha intonato brani come “La leggenda del Piave” o i versi “Fatti coraggio alpino bello” o “Son tornà par sempre” (“Sono tornato per sempre” ndr).

Tutto nell’ambito di un’iniziativa organizzata dalla sezione alpina di Conegliano (con il supporto tecnico degli Alpini di Parè) e dai “Fioi del ’55”, nell’ambito del percorso “Aspettando la Triveneta e il Centenario”.

Tra i ricordi letti ci sono stati quelli di Maria, in una pagina di diario del 9 novembre 1917, tra la preoccupazione dell’arrivo dei soldati austroungarici nelle case, ruberie varie e la mancanza di cibo.

“Mi arrivano in giardino reggimenti e reggimenti – scrisse, tra i tentativi vani di mettere in salvo gli animali, mezzo di sostentamento per la sua famiglia -. Prima sono tutti rispettosi e poi quasi tutti i ladri. Ci sono notti che passo senza chiudere gli occhi, sentendo tante chiacchiere diverse”.

Da lì la decisione di vendere “la vacca a 370 lire e la mussa a 200 lire”: “Ero quasi matta dal dispiacere – annotava, prima di essere costretta ad abbandonare la casa e ‘tutto il rimanente’ -. Chiedo la grazia al Signore, che mi dia almeno la grazia di vivere. Oh Signore, che possa cessare presto la guerra, che possa vedere presto tutti i miei cari lontani”.

Dello stesso tenore le parole di suor Elettra, che lamentava le difficoltà legate alla “fame, la maledetta fame” e la sfrontatezza degli austroungarici, intenti a uccidere i maiali dei contadini, per consumarne una parte e lasciar marcire l’altra. Non esisteva più bottega, non c’era pane e polenta, nel territorio da lei descritto, con “le viti piangenti e a capo chino”: “Le donne non hanno più occhi che per piangere” aggiungeva.

La maestra Antonietta di Follina, invece, il 10 novembre 1917 ricordava come i soldati austroungarici avessero sfondato l’ufficio postale per rubare le biciclette lì dentro, mentre le case dei contadini venivano saccheggiate.

“In qualche casa isolata avvengono atti di violenza sulle donne. Sono giorni tremendi di ansia” scrisse, ricordando anche la violenza perpetrata su una donna per punire la sua volontà di difendere la biancheria che le veniva rubata dai cassetti di casa. 

E poi la felicità di fronte all‘arrivo dei salvatori: “Mi sono prostrata di fronte all’altare della Madonna” annotava, raccontando come un tenente italiano avesse chiesto al parroco del paese un Tricolore, poi benedetto dal sacerdote stesso, con “le lacrime agli occhi”.

Uno scenario dove al terrore si sostituì il sollievo per la vittoria e la pietà per i feriti, anche se austroungarici: furono 300 quelli rimasti a Follina (“coloro che fino a ieri hanno fatto tanto male”), soccorsi dalle donne del posto, anche su appello del prete di paese.

Andreina, crocerossina del Grappa, descrisse tra le sue pagine di ricordi le “case spettrali” a Possagno e il tempio del Canova “tramutato in un cimitero”: “La guerra non risparmia nulla – scrisse – Sono moralmente ferita”.

E ancora Hilda, signora elegante di Londra, che a sue spese istituì un reparto di ambulanze sul campo, con vetture da 8 persone che trasportavano 24 feriti. Fino a Elisa Fagnol, all’epoca 14enne di Visnà di Vazzola, che visse la “malinconia insuperabile” di quegli anni, dove “si temeva per il prossimo avvenire”.

Tra i suoi ricordi anche la fuga sotto i bombardamenti: “Si pregava che il Signore avesse pietà – annotava nel suo diario -. Se il cielo non avesse avuto pietà, cosa ne sarebbe stato di noi?”.

Ricordi che si sono conclusi con un’immagine suggestiva: quella del ritorno a casa di un soldato nei nostri territori, dopo quattro anni di guerra, intento a riabbracciare la moglie e la loro figlioletta.

(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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