Parola d’artista: 75 anni di carriera raccontati da Renato Varese. I suoi quadri in collezione a Ca’ Pesaro

Renato Varese nel suo studio di pittore

L’arte è ritenuta una delle maggiori forme di espressione a disposizione: lo sa bene Renato Varese che dell’arte ha fatto la propria ragione di vita.

Renato Varese racconta le sue opere – Video di Arianna Ceschin

Una passione che non si è mai spenta nel corso dei suoi 75 anni di carriera, ma che continua ad accompagnarlo, anche adesso che è giunto all’età di 98 anni: “La mia è una storia che continua”, ha detto.

Una carriera iniziata a 23 anni, con la prima mostra a 26, anche se, in realtà, la passione per la pittura era iniziata già prima, a 19 anni.

Una delle opere di Renato Varese

Renato Varese, coneglianese doc, ricorda bene ogni singola tappa del suo percorso artistico e il suo stesso studio, situato a lato della propria abitazione, è la testimonianza oggettiva di un percorso all’insegna della continua sperimentazione artistica.

Non solo quadri, con la predilezione cromatica per le varie tonalità dei grigi e i rossi, ma anche ceramiche, sculture e opere di grafica.

Arte che Renato Varese ha messo inoltre al servizio del territorio, considerato che per svariati anni ha avuto a Conegliano uno studio di grafica pubblicitaria, noto per aver realizzato etichette e lavori vari per le maggiori case vinicole e aziende di vari settori, come quello dell’abbigliamento.

Altro quadro d’artista

Senza contare le sculture in esposizione all’ingresso di noti hotel e ristoranti del territorio. Tuttavia Renato Varese non è solo pittore, ma anche autore di incisioni, illustratore e scultore, ruolo per cui ha utilizzato il vetro, tanto che una sua opera è stata esposta al Museo del vetro di Barcellona. 

L’uso della ceramica lo ha inoltre portato a creare opere di un certo livello.

Renato Varese e i suoi 75 anni di carriera

“Ho spesso dipinto quadri da 3 metri per 2, un fatto non così frequente, ma nessuno mi ha mai chiesto il perché: sotto in realtà c’è tutta una filosofia – è la premessa fatta da Varese – Io mi sono occupato molto del tema dell’uomo perdente: con questo intendo che l’uomo viene al mondo senza essere interpellato. Può fare il contadino oppure l’industriale, ma la sua situazione non cambia perché, in entrambi, i casi l’uomo vive una situazione precaria. All’uomo perdente spetta il compito di emancipare la società”.

Gli strumenti di lavoro

“Questo è un pensiero che nasce dall’affetto per la mia gente: mio padre era maniscalco e io ho iniziato come garzone. Ho fatto un percorso di 75 anni, in cui spesso mi sentivo solitario in mezzo a un deserto”, ha spiegato, chiarendo quella che è la poetica dei suoi quadri, frutto di un percorso di riflessione profonda.

Un filone tematico, quello dell’uomo perdente, che si affianca ad altri, dedicati ad esempio alla sfera religiosa e a Venezia e, più in generale, alla condizione umana, forse il filone principale affrontato nei suoi dipinti, con personaggi ricorrenti, come arlecchini, vescovi e cardinali.

Elementi che contribuiscono a creare “una pittura impegnativa e simbolica”, che diventò addirittura il focus, nel 2000, di una tesi di laurea di una studentessa dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, seguita dal professore Manlio Brusatin.

L’artista mentre spiega uno dei suoi dipinti

Un percorso che ha ricevuto premi e riconoscimenti di valore, di vario tipo: il nome di Varese è stato infatti inserito all’interno di opere dedicate ai maggiori nomi del panorama artistico nazionale e indicato come un profilo che rappresenta “una parte importante della cultura veneta del Novecento”.

Un fatto che si affianca alle numerose mostre in Italia e all’estero (che superano il centinaio), tra Europa, America, con tappe in città come, ad esempio, New York, Basilea, Londra, Marsiglia e Praga. Senza contare le 170 mostre collettive in cui è comparso il nome di Renato Varese, che hanno contribuito alla diffusione di questo nome a livello internazionale.

Ora, alcune delle opere di Varese, sono nella collezione permanente di Ca’ Pesaro a Venezia, città tradizionalmente votata a valorizzare l’estro artistico, ma anche il territorio locale intende riconoscere il valore del pittore: a Conegliano c’è l’idea di dedicare proprio a Renato Varese una stanza di palazzo Sarcinelli.

Una piccola scultura

“I riconoscimenti mi hanno fatto più giovane: ho fatto tutto quello che volevo e che potevo fare – ha raccontato – Sono orgoglioso dei miei nipoti e figli. I vari avvenimenti hanno emancipato il mio percorso artistico. Per dieci anni sono stato affiliato alla Galleria Santo Stefano di Venezia (guidata da Uccia Zamberlain) e sempre per un decennio alla Galleria Arno di Firenze (diretta da Wanda Papini). Ho esposto anche nella Galleria Traghetto, sempre a Venezia (città dove alcune opere sono entrate nella collezione dell’Opera Bevilacqua – La Masa, ndr): l’incontro con gli estimatori mi ha dato modo di capire che ero un pittore. Ho avute tantissime soddisfazioni”.

Significativi anche i nomi usati per queste opere: “Beati gli ultimi”, “L’uomo continua nel tempo che consuma la storia”, ad esempio, che testimoniano il continuo “ondivagare della vita dell’uomo”.

Una delle ceramiche di Renato Varese

Varie le tecniche sperimentate, dall’iniziale impiego della spatola verso poi l’uso del pennello, solo per citarne alcune.

Una storia, quella di Renato Varese, che spiega quanto la sua passione per l’arte l’abbia condotto a vedere con occhi diversi la realtà che lo circonda.

(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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