Gentilezza

Una riflessione professionale sulla cooperazione come fattore di efficienza e sul percorso per costruire pratiche di tolleranza e rispetto dell’altro.

Tra le tante giornate mondiali dedicate ai vari argomenti mi ha incuriosito quella dedicata alla gentilezza, il 13.11. È stata proposta a Tokyo nel 1997 e mi era sembrato avesse avuto poca risonanza finché mi sono accorto, approfondendo, che il concetto ha i suoi siti, i suoi libri, le ricerche scientifiche e, immancabile, il suo festival.

Nel mondo della formazione l’atteggiamento gentile è tradotto in capacità relazionale, capacità di ascolto e interlocuzione, tolleranza degli errori, anche empatia e solidarietà. E il tutto si riverbera nelle organizzazioni, nel rapporto con i colleghi, nel lavoro di gruppo, nella relazione più ampia che va oltre il professionale.

Di fatto, però, ho visto che la gentilezza tende a entrare anche nei percorsi formativi professionalizzanti come elemento che facilita la cooperazione, diventando quindi un fattore di efficienza a qualsiasi livello e in qualsiasi tipo di organizzazione. Insomma, sembra che faccia scorrere più agevolmente le informazioni all’interno di una struttura anche gerarchica e, si sa, la condivisione rapida delle informazioni significa efficienza e riduzione di costi.

Con Gianrico Carofiglio, autore del libro “Della gentilezza e del coraggio”, tendo a considerare la gentilezza non una forma di mitezza o di arrendevolezza, ma come una pratica relazionale utile anche nel conflitto, affinché non possa diventare distruttivo.

Mi piace l’esempio, ricavato dalla teoria e pratica delle arti marziali, della gentilezza come arte della cedevolezza attiva: i rami del salice carichi di neve si piegano, ma a primavera ritornano rigogliosi nella loro posizione mentre i rami di ciliegio, ostinati nella loro resistenza, sono destinati a spezzarsi.

La gentilezza è cedevolezza attiva, è ascolto non passivo, è preparazione all’intervento.

Essa appartiene a chi dubita: quindi, come sosteneva Bertrand Russel, alle persone intelligenti, che si mettono in atteggiamento di attesa, di costruzione della relazione con l’altro.

Sembra un discorso molto eccentrico rispetto alle situazioni di conflitto che stiamo vivendo, a livello globale e probabilmente personale, quando la reazione più ovvia sembra l’affermazione di sé stessi che il più delle volte porta al conflitto o a situazioni sgradevoli, a problemi da risolvere.

La gentilezza, invece, ci chiama a uscire da noi stessi per conquistare prospettiva e lasciare spazio a una costruzione condivisa.

Nel mondo del No-profit la gentilezza diventa un modo di operare professionale costitutivo dell’intervento. Così come dovrebbe essere la regola in mondi profit dediti alla salute o alla cura. L’esperienza di una degenza ospedaliera ci restituisce un’impressione positiva o negativa non solo in rapporto all’efficacia della terapia applicata, ma anche in rapporto alla gentilezza incontrata.

Anche il mondo cooperativo profit può diventare, per sua natura, un laboratorio di gentilezza in cui sperimentare nuove pratiche di relazione e di lavoro esportabili in altre dimensioni organizzative.

Mi sembra lodevole l’idea di costruire laboratori in cui si possa fare pratica di tolleranza e rispetto dell’altro e poter diventare, quindi, costruttori di gentilezza.

Rimane comunque sempre vero che tutto rimane in capo alle persone, alla loro voglia di mettersi in gioco e di impegnarsi anche in una rieducazione alle relazioni gentili.

Non so voi, ma è quello che mi impegnerò a fare come proposito per le prossime Festività. Auguri!

Autore: Anselmo Castelli – Sistema Ratio Centro Studi Castelli

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