Quale lavoro per il futuro? Sguardo sui settori trainanti

Un recente articolo restituisce uno spaccato interessante sull’Italia: c’è il lavoro, però mancano i professionisti della tradizione. Il terziario è da diversi anni il settore più importante per l’economia italiana: interessa oltre la metà del PIL nazionale ed è in costante espansione; il turismo è trainante: 2,3% del PIL, con un fatturato di 39 miliardi di euro e con oltre 3 milioni e mezzo di occupati; nella classifica mondiale l’Italia è quinta (dopo Francia, Stati Uniti d’America, Spagna e Cina).

Il settore secondario genera in Italia circa il 32% del PIL e i settori trainanti sono meccanica, automotive e lusso; ma soprattutto, l’Italia è caratterizzata dalla forza di piccole e medie imprese che eccellono nella produzione di tessuti, cuoio, chimica, medicale, biomeccanica, difesa.

Ed è proprio in questo ambito che il dato diventa importante: l’industria del lusso necessita di 236.000 posti da coprire entro 5 anni e 165.000 posti non sono disponibili. I job profile sono ben identificati.

Nel settore del food si cercano tecnici per la vinificazione (nel 2018 è stata prodotta una quantità di vino pari a un valore di 1.803 milioni di euro); controllori di qualità-sicurezza, tecnologi alimentari, esperti di legislazione internazionale.

Nel settore tecnico sono ricercati per competenze ormai introvabili montatori macchine e saldatori, mentre meccatronici e ingegneri progettisti sono tra le mansioni maggiormente richieste.

Nel settore della moda, infine, sono le manualità artigiane a fare la differenza nel mondo del globalizzato per cui pellettieri, maestri orafi, sarti e prototipisti, ricamatrici sono professionisti fuori tempo di estrema attualità. E la drammatica situazione è che ad oggi circa il 70% di queste professioni non sono disponibili perché, spesso, l’offerta formativa e la “moda dei licei” (in cui l’offerta professionale è bassa) toglie menti e mani a questo futuro.

Gli istituti tecnici sono scelti da 2 su 6, mentre solo uno su sei sceglie la scuola professionale: facendo un confronto con altri Paesi europei, gli studenti italiani che scelgono il tecnico sono 10 mentre in Germania sono quasi 900 e i francesi sono quasi 250.

Ma l’Italia, si sa, è il Paese della soluzione industriale per cui le grandi aziende, per risolvere le mancanze della necessaria forza lavoro, si stanno organizzando internamente creando scuole di formazione, laboratori professionali direttamente all’interno delle mura dell’azienda.

Le academy aziendali si stanno diffondendo in diversi settori (sia per non far dipendere solo dalla selezione la correttezza del profilo inserito sia per garantire una crescita continua e una fidelizzazione); nate nelle multinazionali, si stanno sviluppando anche nelle piccole e medie imprese.

Alcuni esempi sono la Scuola del Molino di Molino Quaglia, il Wellness Institute di Technogym, la Eni Corporate University, l’Università del caffè aperta da Illy, La Scuola di arti e mestieri di Solomeo di Bruno Cucinelli, L’Accademia Lamborghini dell’omonima azienda modenese, École de l’Amour della fiorentina Gucci che chiama a raccolta professionisti interessati a tramandare la tradizione artigianale dell’azienda.

Innegabile, quindi, il valore e il legame, scambio con il territorio. L’augurio è che questa apertura arrivi agli studenti che hanno la possibilità di portare sulle spalle uno zaino di “bel fare e tradizione”.

Autore: Francesca Vasini

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