Tecnologia: imprese, uomini e… cavalli

Tecnologia: imprese, uomini e... cavalli
Tecnologia: imprese, uomini e… cavalli

Nel 1983 l’economista Leontief introdusse nel sistema economico, a proposito dell’annoso dibattito inerente alla dipendenza dell’uomo e del suo sviluppo dalla tecnologia, un curioso confronto tra essere umano e cavallo.

Traendo spunto dalla società americana di fine ‘800, il premio Nobel notò come per molti decenni l’impiego degli equini nella produzione e nei trasporti fosse registrato in costante crescita, nonostante l’avvento del telegrafo nelle comunicazioni, sopravvivendo in un certo senso allo sviluppo tecnologico e portando l’opinione comune alla convinzione che il cavallo stesso rappresentasse un elemento insostituibile dello sviluppo economico.

Questo fino agli anni ‘60, perché l’avvento improvviso del motore, applicato ad automobili e macchine industriali, fece diventare nel giro di qualche lustro il cavallo un elemento pressoché irrilevante della società industriale, defilato a causa della rivoluzione tecnologica.

Il dibattito riguarda da molto tempo l’eterno dilemma se la stessa sorte del cavallo americano possa riguardare l’uomo nella società dei consumi, al punto che lo stesso Leontief sostenne in un primo momento che anche l’essere umano in un futuro prossimo sarebbe stato ricondotto a un ruolo marginale nella catena della produzione, o almeno non avrebbe più rappresentato un elemento determinante nello sviluppo del sistema economico.

In effetti la questione su quale possa essere considerato l’impatto effettivo della tecnologia, o meglio della sua diffusione su larga scala, sul sistema economico ha attanagliato studiosi, economisti e filosofi fin dall’avvento della rivoluzione industriale.

Nella realtà pratica, l’effetto è stato quello di diffondere il timore più o meno fondato che ogni forte avanzamento tecnologico potesse ritorcersi sulla società intera in termini di lavoro, livello occupazionale, salari, consumi e, soprattutto, aspettative.

Perfino Karl Marx arrivò a definire il fenomeno della sostituzione progressiva dell’uomo nel processo produttivo (automazione del proletariato, per la precisione) come una caratteristica necessaria del capitalismo. Sulla scia, dagli anni ‘70, prese piede una teoria economica che vedeva nella cosiddetta “cibernetizzazione”, cioè nella diffusione di massa del computer, uno svuotamento del ruolo dell’uomo a favore dell’aspettativa di produzione pressoché illimitata, con il decrescente fabbisogno industriale di manodopera (tesi che per la verità ha sempre trovato anche validi oppositori).

La fine degli anni ‘80 portò alla convinzione scientifica che la riduzione dei costi di produzione (e il conseguente abbassamento dei prezzi al consumo) in un mercato competitivo, uniti al progresso tecnologico, avessero come effetto diretto l’aumento della domanda e dei consumi, creando un conseguente aumento della manodopera.

È veramente difficile stabilire dove stia la ragione, specie in prospettiva, ma quel che è certo è la possibilità per l’uomo di scongiurare la prospettiva di una propria irrilevanza economica. Se è vero che la teoria di Leontief si basa sull’assunto che la quantità di lavoro in un sistema sia da considerare fissa, è altrettanto vero che il motivo contrario più comune sia spesso ritrovato dagli studiosi nel fatto che i bisogni dell’uomo sono in continua crescita, con la conseguenza diretta rappresentata dall’aumento tendenziale dei consumi e, quindi, del lavoro.

Però la tecnologia è in grado di recidere il legame tra la crescita dei bisogni e l’occupazione, tanto che oggi non è più impossibile immaginare interi processi produttivi robotizzati, che interessino anche settori tradizionalmente considerati inviolabili rispetto al ruolo umano (ad esempio la progettazione). A meno che la società non rifiuti la totale automazione, ma trovi una posizione tale da poterne godere i frutti senza subirne le conseguenze di cui gli studiosi hanno dibattuto.

Quello che probabilmente non può essere svuotato rispetto all’essere umano è il suo “essere sociale” e il desiderio di rapporti interpersonali si riflette inevitabilmente sul sistema economico, creando un motore di crescita.

Questa sorta di “stimolo comunicativo”, la spinta tipicamente umana alla relazione interpersonale, può diventare con la giusta motivazione individuale fonte di scambio culturale, condivisione, confronto, crescita. In una situazione economico-sociale evoluta assumere un ruolo attivo e riabbracciare valori come l’istruzione, la cultura, l’informazione, può rappresentare in prospettiva per l’uomo una forza dirompente di sviluppo.

La politica, intesa nel suo elevatissimo significato classico, dovrebbe probabilmente rappresentare una sorta di coordinatore della crescita, per guardare verso un orizzonte in cui l’interazione non diventa marginale ma addirittura cruciale. L’impresa stessa potrebbe trarre enormi vantaggi in termini di sviluppo dal fiorire di formazione, comunicazione, innovazione organizzativa.

Il tutto per promuovere una concezione diversa di sviluppo, che non si limiti ad enfatizzare semplicemente il livello dei bisogni ma piuttosto ne sottolinei i loro aspetti puramente qualitativi. Questo potrebbe, nella storia futura, differenziare uomini e cavalli.

Autore: Cristiano Corghi – Sistema Ratio Centro Studi Castelli

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