Tre anni anni fa il Dpcm che mise l’Italia in lockdown. Lanzarin: “Una guerra in cui le bombe non si vedono ma le macerie si accumulano”

Tre anni anni fa il Dpcm che mise l’Italia in lockdown
Tre anni anni fa il Dpcm che mise l’Italia in lockdown

Sembra fosse ieri, ma ormai sono già trascorsi tre anni: era il 9 marzo 2020 quando il governo dell’allora premier Giuseppe Conte emanò il Dpcm con cui l’Italia intera diventava “zona rossa”.

Era di fatto l’inizio del lockdown, una misura adottata di fronte all’aggravarsi della situazione provocata da un nemico invisibile e sconosciuto, dagli effetti imprevedibili, devastanti e anche letali, a seconda di variabili difficili da determinare.

Di Coronavirus (o Covid-19) si parlava già da prima, a fronte dell’allarme (tardivo) lanciato dalla Cina di fronte al diffondersi di una forma di polmonite atipica, resistente alle terapie ospedaliere.

In occasione dell’inaugurazione della Fiera di Godega di Sant’Urbano, nel febbraio 2020, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ammise quanto fosse necessario avere la “massima attenzione” nei confronti di questo virus, assicurando che la Regione stessa era impegnata nell’adottare tutte le misure necessarie per gestire la situazione.

All’epoca sembrava che tale scenario fosse lontano da noi, ma le nostre sicurezze vennero deluse: il 21 febbraio a Codogno, nel Lodigiano, venne identificato il primo caso di Covid nel nostro Paese, il cosiddetto “paziente zero”.

Poi, un focolaio di una certa portata si sviluppò nel Comune di Vo’ Euganeo, nel Padovano, area diventata zona rossa, fino al Dpcm del 9 marzo che diede il via a una girandola ininterrotta di regole da rispettare, a riaperture sequenziali e a un Paese letteralmente “a colori”, a seconda dell’andamento della pandemia.

Da quel 9 marzo iniziarono i mesi della chiusura, sulla base del motto “State a casa” e degli striscioni-arcobaleno “Andrà tutto bene”: l’Italia diventò tutta zona rossa, non si poteva uscire di casa se non per motivi inderogabili di salute o lavoro e per fare la spesa. Spuntarono le autocertificazioni, c’era l’emergenza delle mascherine, introvabili. Regione e Comuni si adoperarono per reperirle e poterle distribuire tra la cittadinanza.

Restarono aperte solo le attività di beni ritenuti essenziali come edicole, farmacie e supermercati (più avanti i Comuni disporranno dei fondi a sostegno degli esercizi e delle imprese colpite dal periodo pandemico). Intanto si parlava di smart working, di didattica a distanza (DAD), facendo una stima dei benefici e degli svantaggi del digitale. Si diffusero i corsi di ginnastica in televisione, per far muovere la gente costretta a stare chiusa in casa. Le strade e le città, prima affollate, si svuotarono, tanto che i centri urbani e dei paesi videro il timido passaggio di animali selvatici.

Pasqua e Pasquetta vennero celebrate in casa, mentre papa Francesco affrontò la via Crucis in solitaria. Si parlava di sanzioni per chi non rispettava le regole dei Dpcm, mentre quotidianamente i bollettini davano una stima del volume di infezioni, ricoveri e decessi provocati dal virus. Solo verso la tarda primavera-estate fu possibile ritrovare un minimo barlume di normalità, con la possibilità di uscire, pur rimanendo sempre muniti di mascherina. Intanto, però, le tradizionali feste e sagre comunitarie venivano annullate.

Furono mesi difficili, complessi e, ancora oggi, pare quasi impossibile il fatto di aver affrontato tutto questo, nonostante il nemico subdolo continui a circolare.

Cosa ricordiamo di quel periodo?

“Ricordo di aver letteralmente dormito per quattro mesi nella sede della Protezione civile – ha spiegato Gabriele Padoan, la guida del gruppo di Protezione civile-Cavalieri dell’Etere di Conegliano, in prima linea specialmente in quel periodo di emergenza -. C’era sempre tanto da fare: è stato un periodo terribile. Poi, trascorsi quei quattro mesi, i due successivi hanno avuto un miglioramento, ma ricordo bene cosa fu il lockdown”.

L’assessore Lanzarin: “Quella paura di non riuscire a fare il meglio per i cittadini”

A ricordare quei mesi, così duri per tutti, anche l’assessore regionale alla Sanità Manuela Lanzarin, in prima linea nella gestione dell’emergenza.

Assessore, cosa ricorda di quel periodo con l’arrivo del Dpcm governativo? Che reazione ha avuto?

“È da ricordare, innanzitutto, che il Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020 dichiarò lo stato di emergenza sul territorio nazionale, sulla base della dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per il Coronavirus dell’Organizzazione mondiale della sanità del 30 gennaio 2020.

Il preavviso c’era, ma il 21 febbraio del 2020 fu il giorno che cambiò tutto. Ricordo come fosse oggi quando mi arrivò la telefonata che in Veneto avevamo un primo caso. Girai la macchina e da Bassano mi diressi a Padova, dove si stava riunendo il Comitato di Crisi. Era “l’ora zero”, l’inizio delle mascherine, del contenimento, della ricerca spasmodica di posti letto e di reparti di rianimazione da attivare in poche ore.

La nostra sanità era sotto assedio, eravamo preparati a fare bene il nostro lavoro, a garantire lo standard e anche ad affrontare calamità ed emergenze. Ma quello che stavamo per vivere non era nulla di tutto ciò: era uno tsunami che cambierà il volto della nostra sanità, il nostro modo di percepire il benessere. Il primo Dpcm ha aperto le porte di un fiume in piena, per tre anni ci siamo trovati a navigare cercando di portare la nave in porto senza danni. 

Abbiamo fatto scelte coraggiose, penso alla chiusura di Vo’, ad esempio, che poi si sono rivelate strategiche. Ci siamo messi in discussione, ogni giorno: ascoltando quanto il Governo ci diceva di fare, applicando i decreti che arrivavano, spiegando alla popolazione ogni giorno quello che stava accadendo. All’efficienza abbiamo affiancato la trasparenza e credo che questo sia stato utile”.

L’assessore regionale Manuela Lanzarin

Qual è stato il suo primo pensiero di fronte alla situazione che stava arrivando?

“Paura. Per qualche secondo ha prevalso il mio essere una persona, prima che un amministratore. Paura di non riuscire a fare il meglio per la popolazione. Quando si governa un sistema complesso come quello socio-sanitario, dove l’attività degli ospedali s’interseca con l’attività del territorio, dove le risposte devono arrivare in tempi certi e devono essere appropriate, affacciarsi nel giro di poche ore a un baratro del quale non si conosce il fondo, è una sensazione tremenda.

In questo caso poi non eravamo noi a non essere attrezzati, a doverci confrontare con un nemico sconosciuto, era il mondo intero. E non potevamo contare sull’esperienza di nessuno”.

Quali sono state le difficoltà o le criticità maggiori incontrate? 

“La nostra Regione partiva da un Piano pandemico che spiega come affrontare i momenti di “calma” e quelli di criticità”, e questo ci ha aiutato molto. Come ci è stata di grande aiuto la già buona organizzazione dei reparti per l’assistenza dei malati in termini di terapie intensive, pneumologie, malattie infettive, materiali nei magazzini (camici, mascherine, siringhe). 

Ma i prodotti scadono e non è possibile fare “dispensa”, quindi poco dopo le strutture tecniche hanno dovuto affrontare un mercato in forte difficoltà, perché tutto il mondo richiedeva materiali, influendo la richiesta sia sul prezzo che sul reperimento delle forniture. A questo aggiungo il capitale umano, quello che è la vera forza di un sistema sanitario, quello che è il vanto della nostra Regione.

Donne e uomini che hanno buttato l’orologio, si sono dimenticati le famiglie e si sono messi a servizio, bardati come astronauti, con caschi e mascherine che laceravano la pelle. Uomini e donne che si sono ammalati e alcuni di loro, purtroppo, hanno perso la vita. Uno scenario di guerra che è difficile da dimenticare”.

Si ricorda quali sono state le prime azioni che avete fatto? 

“La messa in sicurezza dei più fragili, l’acquisto di quanto necessario, il potenziamento dei reparti di rianimazione, la rimodulazione degli ospedali e poi la creazione delle Usca nel territorio, per dare risposte a chi si ammalava, la ricerca di personale.

Detto così sembrano azioni ovvie, ma si provi a pensare come hanno impattato sul sistema. Avere creato i Covid Hospital, primo tra tutti Schiavonia, ha significato chiudere le altre attività, dirottare quelle che si potevano portare altrove, garantendo sempre le urgenze. Nessuno è stato lasciato indietro, si è continuato a nascere, le operazioni urgenti non sono state stoppate e i fragili sono stati presi comunque in carico.

Il nostro personale non è stato “eroe per un giorno”, ma per tanti e tanti mesi. E questo pesa. E non metto in secondo piano i disagi di una popolazione segregata in casa, costretta a lavorare in smart working o ancora peggio, condannata a perdere il lavoro, penso ai bambini e ai ragazzi che con la didattica a distanza hanno interrotto le relazioni con i loro pari, i giochi, le attività sportive, musicali. Bambini e ragazzi di tutte le età che hanno perso la socialità, quelle esperienze essenziali per la loro crescita e sviluppo.

Non dimentico le persone anziane, sia chi viveva a casa, spesso solo, i tanti nelle case di riposo, diventate fortini, la paura per loro, per la loro vita. Con la chiusura il venire meno delle relazioni, poi le stanze degli abbracci, il plexiglass come barriera permanente, il bisogno di contatto, di una carezza che non si poteva dare. Penso anche all’importante ruolo dei volontari che si sono messi a disposizione, distribuendo le mascherine “porta a porta”, poi per i malati e gli anziani il necessario portato fuori dalla porta (gli alimenti, le medicine prese in farmacia). Le persone fragili, con malattie, erano assieme a loro i più a rischio di fronte a questo virus insidioso e poco conosciuto. Un Veneto che si è dimostrato tenace e resiliente al tempo stesso, al quale va ancora oggi il mio grazie”.

Come riassumerebbe il periodo della pandemia?

“Una guerra dove le bombe non sibilano e non si vedono ma le macerie si accumulano. Un attacco improvviso che ci ha messi sotto assedio, ma non ci ha vinti. Abbiamo vacillato, abbiamo avuto momenti difficili, ma siamo sempre stati in grado di prendere decisioni che poi si sono rivelate tempestive e corrette. Il nostro sistema integrato ospedale-territorio ha fatto la differenza: siamo riusciti a creare una rete di prossimità coesa che ha preso in carico, non nego con tanta fatica, il tessuto più fragile”.

(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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