“La montagna non uccide e la paura, se controllata, può salvarti la vita”: la parola a Maurizio Icio Dall’Omo, leggenda dell’arrampicata

Maurizio Icio Dall’Omo

“Scalare una montagna è come guardare in uno specchio. Vedi tutto di te, quasi potessi guardarti dall’esterno, in terza persona. Vedi le tue paure, vedi quanto sei umile e insignificante in confronto al colosso.

Quante delle nostre vite servirebbero per conoscere tutti quegli strati di roccia? No, ti assicuro che la montagna non uccide. Non uccide mai. È la nostra inadeguatezza, la nostra impreparazione o la nostra ambizione. Molti miei amici sono morti inseguendo un sogno: sapevano che c’è sempre un prezzo da pagare e che qualcuno, purtroppo, deve pagarlo”.

Le parole di “Icio”, ovvero di Maurizio Dall’Omo, pronunciate in una situazione del tutto informale in alta quota, là dove tutti sono uguali e si danno del tu, sono capaci di portare chiunque a riflettere sulla propria vita. Non serve esser diventati esperti scalatori per capirne il significato, basta essere vivi e ambire a raggiungere qualcosa, qualsiasi cosa sia.

Dall’Omo è una leggenda dell’arrampicata e in Cadore chiunque ami la montagna ha sentito parlare di lui, ma non gli piace per nulla stare sotto i riflettori e per intervistarlo dobbiamo “inseguirlo” dal Pino Solitario, un coraggioso ristorante in cima a Pinié di Vigo di Cadore (circa trenta abitanti), fino alle creste che salgono al Tudaio, in una valle che proprio Maurizio e altri alpinisti del posto hanno riscoperto negli anni, portandola a diventare un laboratorio di roccia. Assieme a lui ci accompagna anche Matteo, un giovane del posto, appassionato di arrampicata e di falegnameria artistica.

I possenti rilievi di quel versante poco conosciuto, scavati e lavorati dai soldati durante la Grande guerra, si presentano con pareti verticali, definite “enigmatiche” dai climber (arrivano fino alla difficoltà 8C), tanto da rappresentare un paradiso per loro, per i camosci e per i cercatori di reperti.

Affianchiamo “Icio” per un tratto in salita, dove ci mostra le pareti che ha scoperto e tracciato, per poi fermarci a parlare dell’approccio con cui chiunque dovrebbe avvicinarsi alla montagna, a prescindere dalla difficoltà e dal grado di preparazione: con rispetto e timore, perché la paura – se controllata – può salvarci la vita.

Con un’umiltà e una spensieratezza rara per qualcuno che ha scalato pareti impossibili, Icio ci racconta aneddoti e consapevolezze apprese in anni di vita appesa lungo strapiombi e ghiacciai, cenge e crepacci. In decenni di arrampicata ha conosciuto climber da tutto il mondo, ma si è concentrato principalmente nell’esplorare le Dolomiti bellunesi, così come avevano fatto i suoi mentori in passato.

Seduto su uno sdraio al sole in uno dei luoghi che ama di più, Maurizio ci spiega come la sua fame di scalare gli orizzonti si sia placata, o meglio sia diventata più razionale negli anni. “Nella mia vita ho letto moltissimo – racconta, – e credo che anche da quest’abitudine derivino alcune delle mie convinzioni. Mi è capitato di parlare di montagna anche ad alcune conferenze, ma poi ho smesso: mi sembrava la gente non ascoltasse per davvero quello che avevo da dire. Il pubblico veniva solo perché avevo scalato pareti difficili. Io invece non ho mai gradito il fatto di essere idolatrato. Quello che faccio, lo faccio per me e basta”.

Tu dici che la paura andrebbe accettata e gestita. In che modo?

“Guarda, tra gli amici con cui ho iniziato ad arrampicare, ero senz’altro il meno temerario – spiega Icio, – Ma questa paura ho iniziato a saperla gestire, a capire quando era motivata e quando invece non lo era. I miei maestri mi hanno insegnato che la parte psicologica in questo sport è importante tanto quanto quella tecnica. Così mentre gli altri coraggiosi smettevano e rinunciavano, io continuavo a scalare pareti sempre più difficili, trovando nuove vie e partecipando a competizioni. La mia esperienza la devo quindi anche alla paura.

Quando raggiungi il limite, insomma quando arriva la vera paura, cosa succede?

Nel momento in cui vuoi toglierti da una situazione stressante dalla quale sembra non esserci via di uscita, all’inizio la paura è pericolosa perché ti porta a voler fuggire. Bisogna renderla uno strumento per rimanere accorti, senza rassegnarsi, e il fatto di ammetterla è già una libertà incredibile.

Una volta, in Groenlandia, un compagno di cordata mi ha salvato la vita proprio grazie a questo concetto. Ha ammesso che era sfinito, che stava per cedere e noi gli abbiamo detto che non importava, che non si sentisse responsabile per noi, ma che andasse avanti lo stesso. Se si fosse lasciato andare, appesantito da quel senso di colpa e da quella paura di fallire, saremmo morti tutti.

Anche oggi mi succede. Mi capita di voltarmi verso i miei compagni e dire vecio, ho paura ma vado avanti (Icio ha usato un’altra espressione più esplicita nel dirlo). Così mi libero. Mi libero di quel peso enorme che ha la paura quando devi portarla da solo. Siamo tutti uomini, tutti identici in confronto a monumenti come questi giganti. E ti garantisco che nessuno ha mai “conquistato” una montagna. È lei che consente a noi piccoli individui di scalarla.

(Foto e video: Qdpnews.it ©️ riproduzione riservata).
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