Caerano, il ballerino giramondo Riccardo Zandonà: una storia di coraggio, determinazione e successo

Un esempio di perseveranza, di coraggio e, infine, di successo. Perché cadere si può, ma quel che conta è sapersi rialzare e aspettare il momento giusto. È la storia di Riccardo Zandonà, nativo di Caerano, che si affaccia per la prima volta alla danza all’età di 15 anni e ora è ballerino professionista di danza contemporanea in Svezia.

Il suo percorso, all’interno degli ambienti altamente selettivi della danza, non è stato però sempre lineare. Eppure, oggi, è un ballerino affermato, che può tranquillamente vivere facendo ciò che più lo appassiona.

In un’intervista, Riccardo ci ha spiegato la sua storia, dagli esordi fino al successo di oggi, svelandoci i retroscena di un mondo per certi versi stupendo, per altri altamente selettivo, a tratti spietato.

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Quando ti sei affacciato per la prima volta alla danza?

Ho iniziato tardi a ballare, avevo 15 o 16 anni. Ci sono arrivato per sbaglio: in famiglia non si parlava mai di danza. Praticavo il nuoto a livello agonistico,ma era troppo impegnativo, così ho lasciato. Ho fatto poi 4 anni di pallavolo, finché, alle superiori, ho sentito per la prima volta parlare di danza e mi sono incuriosito. Per capirci, quelli erano gli anni della trasmissione “Saranno Famosi” della De Filippi! Ho deciso allora di iniziare le mie prime lezioni di danza classica in Villa Benzi…io ero ormai grande e ballavo con le bambine, ma ero determinato. Ad un certo punto, mi si apre un’opportunità, perché avevo vinto la borsa di studio della Royal Ballet di Londra.

Wow. E cos’è successo lì alla Royal Ballet?

In realtà non è stata una bella esperienza. Io mi ero buttato, ma non ero psicologicamente pronto.

Avevamo tante lezioni, circa 8 ore al giorno, con insegnanti ballerini. Ma non ero pronto per quelle pressioni psicologiche: lì il rigore è altissimo. C’era una giuria che mi fissava e giudicava freddamente. In questo mondo bisogna avere la corazza per non lasciarsi influenzare… ho vissuto Londra malissimo e quando sono tornato ho lasciato danza per metà anno, se non per un anno intero.

Dunque, quella è stata un’esperienza per certi versi traumatica. Come sei tornato “in pista”?

Dopo diversi mesi di pausa, ho ricominciato a danzare a Caerano, che in quel momento aveva stretto una collaborazione con la scuola di Castelfranco. Ed è lì che ho conosciuto un’insegnante che è diventata col tempo un’amica, la mia mentore, perché mi ha aiutato in questi anni a trovare la strada giusta. Ho poi incontrato Mauro Astolfi, che mi ha accolto nella sua scuola, la Spellbound, con sede a Roma, dove ho vissuto per due anni.

Come li definiresti gli anni trascorsi a Roma? Come quelli a Londra?

A Roma mi sono rituffato nella danza con una testa diversa. Ho vissuto mille emozioni, conosciuto un sacco di gente. È lì che mi sono innamorato della danza contemporanea. In Italia, però, a differenza del resto dell’Europa, non sono previsti titoli accademici di danza e questo mi avrebbe limitato a svolgere una professione (poco remunerata) solo in Italia. Ho deciso così di lasciare Roma.

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Da allora, il tuo percorso si è svolto all’estero, prima per laurearti, poi per lavorare?

Esattamente. Avevo circa 22 anni quando sono stato selezionato per la Codarts, accademia di contemporaneo a Rotterdam. In quegli anni ho studiato tantissimo e ho svolto lo stage con la Scapino Ballet. Qualche anno dopo, mi sono spostato a Ratisbona, dove ho lavorato per la Tanz Theater Regensburg. Infine io, assieme ad altri due, siamo stati selezionati tra 200 persone dalla Skånes Dansteater di Malmö, dove mi trovo da circa 6 anni. Qui lavoro con i coreografi più fantastici, come in Olanda.

Insomma: Olanda, Germania e Svezia, dove ti trovi tuttora. Quale esperienza ti è rimasta più impressa?

La Svezia mi ha dato tanto, però quando sono arrivato qui ero ovviamente più maturo. L’Olanda è stata la chiave che mi ha aperto tutto, quell’esperienza mi è rimasta nel cuore. Per quanto riguarda la danza contemporanea, è stata l’Olanda, assieme alla Germania, ad avere cambiato il modello: nel Nord Europa c’è più sperimentazione e lavoro di ricerca.

(Fonte: Sara Surian © Qdpnews.it).
(Foto: Riccardo Zandonà).
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